Articolo riferito al concerto di De Gregori il 4 luglio 2009 alla cavea dell’Auditorium.

 

Oramai Francesco De Gregori ha un repertorio tale, che abbraccia un periodo di 40 anni di discografia, che ogni concerto diventa una scommessa – da parte dell’artista e del pubblico – su che set list andra’ in scena. E’ chiaro che solo a fare i grandi classici, da Pablo a Rimmel, da La Donna Cannone a La Storia, da Leva Calcistica a Titanic, e cosi’ via, ci vorrebbe un concerto a tema, di almeno 25 brani, solo per parlare di quel passato che ha raccontato l’Italia, l’amore e molte storie della gente comune.

Dall’altra parte, anche solo l’esecuzione dei brani da album di grande successo appartenenti al recente passato, richiederebbe un altro concerto a parte: da Compagni di Viaggio a L’agnello di Dio, da Il Cuoco di Salo’ a Rosa Rosae, da Tempo Reale a Un Guanto, eseguire tutti i brani che hanno abbracciato anche un nuovo pubblico, e giovane, sarebbe impossibile.

E’ quindi normale che anche con uno bello sforzo Francesco De Gregori cerchi il compromesso, innanzitutto con il pubblico. C’e’ un inizio in acustico che lo mette a tu per tu con il pubblico, c’e’ un intramezzo Rock che porta al riarrangiamento di vecchi classici, c’e’ un momento di solo al pianoforte per altri classici, e ancora un’altra parentesi Rock, Folk e Blues.
Sul palco possiamo identificare piu’ o meno 5 fasi dello spettacolo, in cui 2 sono dedicate all’esecuzione standard di canzoni del passato, una al riarrangiamento di questi gloriosi pezzi, e 2 dedicate al passato recente e al presente.

Il mix, che De Gregori ha sempre amato, non e’ sempre vincente, perche’ deconcentra e riconcentra l’audience, lo porta su un binario per riprenderne un altro, e troppo spesso lo spettatore viene messo nella condizione di avere fame.

Se sul palco vanno alla fine in scena La Donna Cannone, Sempre e’ per Sempre, Titanic, Rimmel, Generale, La Storia, La Leva Calcistica e Buonanotte Fiorellino, in tanti rimangono a bocca asciutta di Pablo o di Alice.
E se e’ vero che De gregori accontenta i giovani con L’agnello di Dio, Battere e Levare, LA Valigia dell’attore e Vai in Africa, Celestino!, in tanti rimangono a chiedersi dove siano Tempo Reale, Compagni di Viaggio e Il Cuoco di Salo’.

Insomma, un concerto che ha filato liscio e con grande partecipazione del pubblico e una costante esecuzione di qualita’ dei musicisti e della voce del grande cantautore romano, ma certo sembra ormai prossima l’ora della scelta di De Gregori di concerti a tema, a periodi, in modo tale che il pubblico che viene possa soddisfare la sua personale fame venga soddisfatto. Un doppio tour all’interno dello stesso tour potrebbe essere una bella idea, e magari se ne potrebbe finalmente cavare un bel dvd, di quelli completi, che tutti stiamo aspettando.

Onore a un artista che ha saputo unire generazioni lontane, che ha saputo trovare formule nuove e fette di pubblico diverso, e che ha questo problema che tutti gli artisti vorrebbero avere: come soddisfare tutti quanti e cercare la soluzione per unire i vari tipi di pubblico che grazie al proprio lavoro e alla propria musica, ai cambiamenti fatti e alle nuove formule e suoni trovati, oggi De Gregori ha.

 

Morgan dimentica che non e’ un concorrente di X Factor, e regala, nel suo nuovo album, un mix di cover senza il suo solito tocco ingegnoso, ma anzi una raffica di interpretazioni deludenti e senz’anima.

Lontani, lontanissimi, i tempi de “Canzoni dell’appartamento”, Morgan ha cambiato faccia e pubblico. E si sente. I Bluevertigo erano un bel progetto, e la strada solista intrapresa sembrava comunque avere un senso e una strada, che critici e pubblico speravano potesse continuare.

“Italian songbook volume 1″ (aiuto, e’ previsto anche un due e forse un tre?) e’ un album che non puo’ sussistere perche’ vuoto delle due caratteristiche di Morgan per essere un buon album di Morgan, e vuoto per essere anche soltanto un buon album in generale. Suoni e voce infatti crollano sotto la tentazione di regalare facili interpretazioni da cover, ed e’ un vero peccato che l’ex Bluevertigo giochi proprio sul terreno piu’ difficile per lui, quello delle interpretazioni. E senza ne’ una buona voce ne’ suoni interessanti, cosa c’e’ da ascoltare qui? Un disco da amatori, una tracklist ricca di interpretazioni lontane da essere anche soltanto registrate come realmente esistenti (non credo infatti che Paoli sia felice di questa “Il cielo in una stanza”).

Tantissimi cantanti in gara per X factor avevano una voce migliore della sua (che anche nella canzone “Domani” soffriva in rapporto a quelle degli altri artisti), ma Morgan rimaneva di grande credibilita’ per la sua capacita’ di risultare un grande artista anche senza una vera buona voce, e dimostrando come carisma e creativita’ fossero componenti che possono essere piu’ grandi e forti della voce. Ora, dopo questo album, sara’ veramente difficile mantenere Morgan come credibile arbitro di quella gara.

Non si sa quindi perche’ Morgan decida di giocare sul piano delle interpretazioni, si affidi ad un’Orchestra per le musiche, e rifiuti pressocche’ per tutto il disco al suo eclettismo che l’ha reso famoso.
La tv gli ha fatto male, e probabilmente l’immagine colorata con capelli arraffati gli ha fatto credere che bastasse arrivare come immagine per risultare eclettico. Una immagine eclettica in tv conta pressocche’ nulla in musica, e il lavoro in studio (e dal vivo, dove l’artista ha sempre sofferto) e’ tutt’altra cosa.

A Morgan l’augurio di godersi la notorieta’ e l’abbraccio del grande pubblico, a cui ormai sembra essersi abituato e compiacersi. Ma questo disco e’ davvero bruttino e gonfio di aria.

Preferivamo, insomma, la sostanza del passato alla forma di oggi.

Ciao a tutti ragazzi,
ho passato gli ultimi mesi rincorrendo diverse avventure, spirituali, di esperienze grandiose e di brividi fuori dalla quotidianita’.
Una quotidianita’ comunque necessaria, e felice di essermene finalmente riappropriato.
Livecity ha sempre continuato a fagocitare informazioni e recensioni, e salvo un attacco alla sicurezza (maledetti inutili spammer, veri pipparoli del web) che ne ha costretto la chiusura per 3 settimane, Livecity e’ andato avanti.

Con l’estate e’ ripreso ancora piu’ attivo grazie alle tante iniziative in Italia e in Europa legate alla musica, all’arte, alla cultura.

Non resta che invitarvi su Livecity, e rimanere sempre aggiornati sul magico mondo di Federico Armeni, che tra un sogno desiderato e un sogno realizzato, va avanti tra recensioni, reportage e iniziative.

Un abbraccio a voi tutti, and keep in touch!

 

 

fede

fede

Pause di riflessione e viaggio per me in questo periodo.

 

Presto avrete notizie. Grandi notizie.

 

f.

Quarta opera della band di Brandon Flowers, che si mantiene Pop e in linea con le attese dei fans, seppur palese l’esclusione di molti brani, giudicati dalle major meno commerciali, dalla tracklist finale.

Killers cover

L’album Sawdust paleso’ come non tutte le canzoni migliori finiscono in un album, e come da una session studio possa nascere un numero di canzoni ben superiore a quello che poi finisce nell’album. Brandon Flowers aveva anticipato che per questo Day & Age le idee erano moltissime, e le canzoni altrettante. E lo stesso Brandon spinse per l’uscita di Sawdust proprio per avere piu’ tempo per la scrittura del nuovo album di inediti… visto che i fans, si sa, sono delle iene affamate.

Gia’ da Sam’s Town The Killers, nonostante la giovane eta’, facevano capire che la musica Indie Rock stava lasciando il passo a un Rock d’annata piu’ pomposo e ispirato, meno istintivo e pungente, piu’ curato e riflessivo.

Day and Age prosegue su quest’onda e candida definitivamente la band di Las Vegas ad essere i nuovi U2 planetari, perche’ proprio come la band di Bono ha un leader carismatico, dei testi creativamente originali e azzeccati, delle linee melodiche e armoniche uniche, date da continui cambi in funzione di una maggiore orecchiabilita’. Proprio questa dichiarata ricerca della melodia fa di Day & Age un altro disco gradevolissimo, che piu’ di Sam’s Town trova una orecchiabilita’ vincente, e meno di Hot Fuss trova freschezza e capacita’ di sorprendere.

“Joy Ride”, “Losing Touch” e “I Can’t Stay” si candidano a migliori pezzi del disco, mentre “Human” trovera’ il suo maggiore sfogo nei live e come singolo di supporto al disco. Il finale dell’album e’ piu’ ricercato e prettamente Rock, e la voce di Brandon si fa piu’ calda e passionale del solito, specie nel magico tappeto sonoro di “Goodnight, Travel Well”.

“A Dustland Fairytale”, con quell’ inizio elaborato e pianistico, e’ in pieno stile Killers, e piu’ di tutte ricorda i due precedenti album Sawdust e Sam’s Town, oltre che ad avere palesi reminescenze U2, dal suono della chitarra (uguale a quello di The Edge) alla voce di Flowers. “This is Your Life” anche ha un inizio in crescere, e il suono di basso e i cori della tastiera introducono alle solite dolci e inebrianti melodie scritte dal leader della band. Un’altra canzone con cui cullarsi nella propria camera, in buona compagnia, o on the road con i migliori amici di sempre.

Insomma, Day and Age, per gli amanti del Rock melodico, per i giovani in cerca di melodie sognanti, per gli adulti sempre bambini, e’ un disco imperdibile. Per i gusti maggiormente “senior”, per gli amanti del virtuosismo Rock (assoli o suoni ricercati), meglio cercare altrove.
Ma rimane che questa band e’ quanto di piu’ interessante la scena Pop mondiale e’ riuscita a produrre negli “anni 2000″.

Un Clint Eastwood esagerato per un film dai grandi significati.

Clint Eastwood è uno che con la sua enorme presenza sul grande schermo può prendere l’applauso solo per sé, facendo dimenticare tutto il resto. In “Gran Torino”, più di altri suoi recenti film, lo storico (è il caso di dirlo!) attore si prende la scena, grazie al personaggio fortemente caratterizzato, e grazie a dei primi piani del tutto eloquenti.

Il personaggio del vedovo dalla scorza dura, dell’ex milite di guerra (incredibile come la presenza militare degli Usa nella storia recente pesi sulla coscienza del popolo americano), di colui che vuole curare il suo giardino in tranquillità senza essere disturbato, di colui che vuole essere chiamato Walker e non certo Walkie, del vecchio che rifiuta le precedenti generazioni per valori e modo di vedere la vita, calza perfettamente a un Clint amaro, scorbutico, rabbioso e rigido.

Walker agisce però in modo impulsivo a molte delle vicessitudini a cui si trova di fronte, e non trova maniere differenti da quelle della violenza per risolvere i problemi. Punta il fucile verso chi cerca di rubargli la macchina, mostra sputi a chi disprezza, non esita a far riferimenti con durezza a violenza e all’uso della pistola. Nell’apparente leggerezza dei suoi gesti, nella sceneggiatura ironica e spesso esilarante, non possono sfuggire allo spettatore le conseguenze dei suoi gesti, che porteranno inevitabilmente ad esiti drammatici.

Ancora una volta Clint vuole ricordare come “violenza chiami violenza”, e di come, alla fine dei giochi, ci sia bisogno per forza del sacrificio di qualcuno per porre fine a questa. Come dire: che qualcuno si metta di parte, altrimenti qua non la finiamo più. Accanto al principale significato del film, scorrono altri aspetti fondamentali, come il conflitto generazionale, la promiscuità della società di oggi, il totale cambiamento di valori e abitudini del nostro tempo rispetto al passato. Un film da vedere sotto tutti i punti di vista e per qualsiasi tipo di pubblico.

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