Troppo strepitìo per (quasi) nulla.

Se si ascoltasse Continuum senza sapere che il cantante/autore/chitarrista John Mayer ha dalla sua artisti come Eric Clapton, Stevie Winwood, Buddy Guy, e che è considerato il vero erede del Clapton musicista, probabilmente non ci faremmo condizionare nel giudizio. Sicuramente sapere che Mayer appare in dischi di artisti di primissimo piano, che collabora ed è stimato dal gotha della musica mondiale, e che Herbie Hancok e Stevie Wonder, ad esempio, appaiono come suoi estimatori, condiziona molto ciò che si vuole dire dell’ultima fatica di questo eclettico (?) artista.

Continuum appare un album mediocre, scialbo, insipido, pieno di canzonette prive di quell’energia necessaria per consentire a Mayer di poter seguire le orme dei citati miti della musica.

Addirittura, se si leggono recensioni fatte negli States, si leggono frasi come “è qualcosa di più di Stevie Ray Vaughan e Jimi Hendrix…”. Sicuramente dal vivo il ragazzo dimostra di avere doti non solo tecniche ma anche espressive direi uniche. Ma valutando questo disco, troviamo solo pezzi tra il Jazz e il Blues, tra un soft Pop / Rock d’autore che spazia da Micheal Bublé a Sting, che cita e omaggia il passato, rimanendo però legato al presente. Mayer infatti si avvicina molto a Jesse McCartney, James Blunt, Paolo Nutini. E in qualcosa al grande Dave Matthwes.

Continuum, anche dopo moltissimi ascolti, non fa breccia, culla e accarezza con la sua voce pulita e mai su di giri (ma è un pregio questo?), con i suoi soli dolci ed efficaci, con delle forme canzone molto leggere e orecchiabili, ma non scuote.

Nulla fa sì che si possa dire di questo disco che sia un lavoro consigliato a tutti, né che si tratti di qualcosa di eccezionale. Un album onesto e niente più, con poche emozioni e toni soft per l’intera durata dell’ascolto.