Settembre 2007


Nuovo disco di Manu Chao: solarità e voglia di volare.

Manu Chao, con l’ultima produzione indipendente (boicottata dall’orrido meccanismo della playlist e delle apparizioni televisive pilotate), entra di diritto nel gotha della musica mondiale, grazie a un genere fresco e caratterizzante le sue idee e la sua vena artistica.

La musica di Manu Chao riesce ad essere identificativa del suo essere, e l’opera artistica risulta così portata a reale compimento. A cominciare dall’accattivante cartonato (anche se un po’ delicato: per prendere il libretto si può rompere facilmente il cartone di supporto), dove regnano colori e le opere di Wozniak e Manu Chao, e tutto profuma di senso artistico, di irresistibile libertà espressiva.

Manu Chao non ha l’appoggio delle major per questo disco, ma chi non è legato esclusivamente a loro a doppio filo, non può che passare i brani di un album solare e pieno di contenuti, e divulgarne le accattivanti onde sonore.

La formula di Manu Chao infatti prevede che accanto alla musica che risede nella tradizione centro-sudameticana, da Cuba a Buenos Aires, ci siano dei testi che, per quanto siano nella forma piuttosto asciutti, sono nei contenuti piuttosto importanti. Possiamo dire che la leggerezza è l’animo che caratterizza Manu Chao, che riesce ad esempio a fare un video dove si muove, canta e balla dentro a un pulmino coi suoi amici, mentre fuori esplodono bombe e piovono miseria e povertà (è il caso di “Rainin Paradize”, splendido rock latino tambureggiante, ritmico, potente e insieme aperto armonicamente e non monocorde).

Le filastrocche di Manu Chao scorrono come testi di denuncia e manifesti al sogno e alla buon’azione. L’azione umana innanzittutto, volta solo all’amore e alla sensibilità. Non vuole però manifestare la sua evidente amarezza con musiche spente o anche soltanto melanconiche. L’artista parigino (non si direbbe certo) va diritto al cuore, ti prende con energia e lancia un messaggio: per arrivarti al cuore, devo divertirti.

“Si impara più in un’ora di gioco che in un giorno di discorsi”, potrebbe essere il suo motto. Lui gioca, e ti lascia impresso messaggi e parole. Anche confuse. Ma la mente è libera di elaborare, e le parole lasciano un fondo importante di riflessione.

Anche i brani lenti, i più “latin” di tutti, ove il suono cubano sembra predominare, sono sempre aperti e sognanti. La tracklist scorre così con una leggerezza invidiabile, e La Radiolina lascia un’inossidabile lezione: non prendetevi troppo sul serio. Se lo fate, almeno, agite realmente dopo averlo fatto.

Da portare sempre con sé, in viaggio, a casa, la mattina quando ci si alza, nel pomeriggio per darsi la scossa, la notte per ballare e scuotere il vostro corpo.

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Molto carino anche Nek, che conosceva personalmente anche alcune fan, a conferma che i fans sono una risorsa da annaffiare e non gente da spennare. Molto disponibile, umile, simpatico.

Il ritorno di un’artista a tutto tondo, incentrata sulla musica celtica e d’atmosfera. Un viaggio attraverso confini inesplorati.Nel fermento della musica di oggi, che riesce a produrre in grosse quantità qualsiasi tipo di musica (non date retta alle radio e alle classifiche: il mercato discografico è impressionante, e la qualità sgorga, basta cercarla) , Loreena McKennitt potrebbe passare come “una delle tante” che fanno una musica improntata sulle atmosfere celtiche, fatte di tappeti sonori evocativi, canto ancestrale, suoni di vecchi strumenti tradizionali e batterie sempre piene e ricche di basso (il famoso: “bom – bom”).

An Ancient Muse è l’ennesimo disco di qualità della Canadese McKennitt che, venendo da posti incantati dalla natura e dal rispetto verso qualsaisi elemento vitale circostante, riesce ad essere sincera e trasparente, credibile e veritiera.

Dal capolavoro “The Visit” del’91, di passi ne ha fatti avanti, perché la maturazione di questo album è evidente. Il suo cantato è sempre eternamente pulito, e le musiche accompagnano con una educazione sconcertante i passi delle sue melodie.

A volte si avvicina alle atmosfere filmiche apocalittiche de “Il Signore degli Anelli” (solo per fare un riferimento a una colonna sonora di estremo successo, a cui tutti possono quindi rapportarsi), a volte si avvicina alla sperimentazione dei Dead Can Dance.

Per chi voglia rilassarsi e sdraiarsi su un tappeto di velluto musicale, An Ancient Muse è candidato ad essere uno degli album preferiti della vostra discografia. Per chi cerca emozioni differenti dal “peaceful and relaxing”, meglio prendere altre strade.

Un disco rifugio dell’anima, un disco per palati fini capaci di soffermarsi sul sapore di ogni singola nota.

I codici “popolari” e “colti” non solo producono diversi repertori musicali, ma operano all’interno dello stesso repertorio musicale, e degli stessi materiali musicali, utilizzandoli con obiettivi diversi per ottenere effetti diversi. La “competenza popolare”, per esempio, non è semplicemente una versione ridotta della competenza colta, ma una produzione di senso ricca e complessa, pur risultando trasversale se comparata alle ideologie dominanti. Trasversale perché la cultura popolare è subalterna, clandestina, oppressa dalla cultura “colta” sovrastante.

Un Musicologo di popular music si ritrova inevitabilmente in mezzo a tutto ciò, attirato verso la parte “popular” dal suo soggetto di studio. Invece di tirare da una parte con i musicologi tradizionali, o dall’altra con i “critici totali” della musicologia, sarebbe meglio guardare da ambedue le parti, superando la tensione. Se si considera “l’unità fratturata” del campo musicale, una tale posizione conduce alla possibilità di rispecchiare fedelmente nel proprio metodo la realtà della pratica e del discorso. In negativo, questo evita (potenzialmente) il ricadere nei miti e nelle ideologie di ambedue le parti; in positivo, questo stare al margine tra due parti opposte offre un’opportunità preziosa per sviluppare una musicologia critica con un potere analitico infinitamente maggiore.

Richard Middleton

Spasmodica ricerca del ritornello vincente, puntualità nello scegliere parole “incazzate”, remix in coda di dj da discoteca commerciale… per uno dei principali album spazzatura della musica italiana anni ‘90.

A volte sembra impossibile che certe musiche e certi testi (fatico a chiamarle “canzoni”, scusatemi) possano avere avuto tanto, tantissimo successo.

Si farebbe presto ad entrare in una crisi esistenziale-culturale, a pensare che solo 20 anni prima a stare in testa alle classifiche erano ben altri nomi, che nemmeno ci sentiamo di citare all’interno di una recensione di uno dei dischi più brutti mai registrati.

L’ostentazione giovanile degli 883 è a tratti ridicola e imbarazzante, per il suo modo di vendersi come “prodotto figo” e di rivalsa, quando i toni, le musiche, il cantato, sembra quello delle migliori (peggiori, sorry), sigle di orridi telefilm americani. La differenza (dai cartoni) sta nelle parolacce continue, tipiche ovviamente dei giovani che vogliono sembrare rivoluzionari e “contro” qualcosa.

Gli 883 nascono così dalle fertili ceneri della musica degli anni ‘80, per fortuna implosa nelle sue batteria monotone e nei suoi suoni aberranti, oltre che nei suoi vestiti / look / immagine da cancellare dalla nostra memoria.

Canzoni come “6 1 sfigato”, “Te la tiri” e “Non te la menare” (o, ancora peggio: “Jolly blue”, una cosa non degna di aggettivi, forse non esiste nel vocabolario), oltre che a far sorridere per i loro titoli, fanno venire la pelle d’oca in quanto a bruttezza. Sono l’antimusica, l’antigusto, l’anti buonsenso.

Da queste ceneri nasce un prodotto che è figlio di un decennio passato a rincorrere l’inutilità. Per fortuna nella seconda parte dei ‘90 – fino ad oggi tocca dire – si rincorrerà più la musica anni ‘70 e ‘60, con la riscoperta del vintage e delle vecchie tecnologie, suoni e tecniche. “Hanno Ucciso l’uomo ragno” è il simbolo di una generazione cresciuta a consumismo e immaginario collettivo stereotipato e comune a tutti indistintamente. E’ l’uccisione del pensiero individuale, l’inno al valorizzare la parolaccia e la cazzata serale tra pop corn e rutto libero. Gli 883 inneggiano alla mediocrità di un tempo e di una generazione, quasi a voler augurare che si rimanga in quelle infauste acque per sempre.

Il critico deve saper descrivere cosa è un disco e cosa sono certe musiche, certi testi, certi dischi, certi momenti storici musicali. Si può essere legati piùo meno a doppio filo a canzoni come “S’inkazza”, “Con un Deca” e “Hanno ucciso l’uomo ragno”, ma bisogna rimanere coscienti di come, oltre alla suonata con la chitarra con gli amici e un sorriso nel ricordo di un passato trascorso, questi dischi rimangano sotterrati nel loro momento storico senza poter essere minimamente attuali oggi: spogliati dell’emotività di allora, sono solo un insulso prodotto commerciale che poco ha di diverso da uno shampoo e da un paio di ciabatte.

Riesumazione di un disco che ha venduto un milione di copie, e di una band che ha venduto in tutto più di 5 milioni di album. Il riascolto è un mix tra piacevoli ricordi e pura irritazione.

Quando eravamo “ragazzini”, o forse semplicemente appartenevamo ad un’epoca in cui la musica “Pop” intesa come musica strettamente commerciale, con la targhetta di “prodotto fatto per vendere” esposta in maniera esplicita, era una cosa normale e diffusa, ci siamo tutti appassionati agli 883.

Riascoltare oggi “Nord Sud Ovest Est”, uno dei dischi top della band, seppur non il “masterpiece”, è una esperienza che suscita emozioni differenti.

Non ci sono dubbi che fa piacere sentire quella “Come Mai”, ballata da tutti i ragazzi in quegli anni ‘90 della rivalsa musicale, e che è ancora oggi una delle ballate di musica italiana più ricordate della nostra canzone. Oppure quella “Sei un mito”, quella “Nella Notte” e quel “Nord Sud Ovest Est” (un buon country /pop tra melodia italiana e statunitense), sparate al massimo in macchina, e nei primi stereo davvero potenti, grazie anche all’avvento del cd che permetteva una migliore stereofonia.

Ma l’esperienza dell’ascolto questo disco è oggi deprimente, suscita fastidio, se non mal di testa. Le ritmiche sono del tutto ridicole e spente, i testi di una stupidità immane, resi gonfi di luoghi comuni e con un tono “da giovane” ostentato e stereotipato. Le aperture armoniche sono tra le più scontate che si siano mai sentite, e il cantato di Pezzali ci ricorda più i cartoni animati che non i dischi Rock.

Questo album non è nulla, musicalmente parlando. E’ una cartolina degli anni ‘90, è un unione di tutto ciò che si diceva e  pensava all’epoca, quando “ci si facevano le menate per tutta la notte”, o quando si pensava di essere trasgressivi dicendo “cazzo” (parola che troviamo spesso nei lavori degli 883, e in questo disco).

Nell’affezione che possiamo avere verso certe canzoni, ci deve essere la convenzione però che questa è musica spazzatura, che non ha inventiva né intenzione di fare musica. Sono stati bravissimi a rappresentare una generazione, con tutte le sue tristezze e debolezze, cogliendo l’aspetto emotivo della canzone e l’importanza delle “parole condivise da tutti”.

Il rischio di rimaner così chiusi nella tristezza è elevato, perché Nord Sud Ovest Est non sogna e non immagina, ma ci rappresenta esplicitamente per come eravamo allora, perché le intenzioni erano prorpio quelle di fermare la realtà per come era, senza preoccuparsi di dare spirito propositivo o sognante alla musica, senza dare proprie interpretazioni. Questo disco fa lo stesso effetto di una vecchia foto impolverata, in cui eravamo sporchi di terra e giocavamo a pallone con gli amici. La malinconia vi si mangerà, la tristezza regnerà sovrana, e la certezza di ascoltare brani imbarazzanti quali “Il pappagallo”, “Non ci spezziamo”, “Cumuli”, “L’ultmo biccheire”, “Week end”, vi convincerà a non ascoltare più un qualcosa che è di un passato che non merita di essere rivissuto.  Go Away!

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