Nuovo disco di Manu Chao: solarità e voglia di volare.

Manu Chao, con l’ultima produzione indipendente (boicottata dall’orrido meccanismo della playlist e delle apparizioni televisive pilotate), entra di diritto nel gotha della musica mondiale, grazie a un genere fresco e caratterizzante le sue idee e la sua vena artistica.
La musica di Manu Chao riesce ad essere identificativa del suo essere, e l’opera artistica risulta così portata a reale compimento. A cominciare dall’accattivante cartonato (anche se un po’ delicato: per prendere il libretto si può rompere facilmente il cartone di supporto), dove regnano colori e le opere di Wozniak e Manu Chao, e tutto profuma di senso artistico, di irresistibile libertà espressiva.
Manu Chao non ha l’appoggio delle major per questo disco, ma chi non è legato esclusivamente a loro a doppio filo, non può che passare i brani di un album solare e pieno di contenuti, e divulgarne le accattivanti onde sonore.
La formula di Manu Chao infatti prevede che accanto alla musica che risede nella tradizione centro-sudameticana, da Cuba a Buenos Aires, ci siano dei testi che, per quanto siano nella forma piuttosto asciutti, sono nei contenuti piuttosto importanti. Possiamo dire che la leggerezza è l’animo che caratterizza Manu Chao, che riesce ad esempio a fare un video dove si muove, canta e balla dentro a un pulmino coi suoi amici, mentre fuori esplodono bombe e piovono miseria e povertà (è il caso di “Rainin Paradize”, splendido rock latino tambureggiante, ritmico, potente e insieme aperto armonicamente e non monocorde).
Le filastrocche di Manu Chao scorrono come testi di denuncia e manifesti al sogno e alla buon’azione. L’azione umana innanzittutto, volta solo all’amore e alla sensibilità. Non vuole però manifestare la sua evidente amarezza con musiche spente o anche soltanto melanconiche. L’artista parigino (non si direbbe certo) va diritto al cuore, ti prende con energia e lancia un messaggio: per arrivarti al cuore, devo divertirti.
“Si impara più in un’ora di gioco che in un giorno di discorsi”, potrebbe essere il suo motto. Lui gioca, e ti lascia impresso messaggi e parole. Anche confuse. Ma la mente è libera di elaborare, e le parole lasciano un fondo importante di riflessione.
Anche i brani lenti, i più “latin” di tutti, ove il suono cubano sembra predominare, sono sempre aperti e sognanti. La tracklist scorre così con una leggerezza invidiabile, e La Radiolina lascia un’inossidabile lezione: non prendetevi troppo sul serio. Se lo fate, almeno, agite realmente dopo averlo fatto.
Da portare sempre con sé, in viaggio, a casa, la mattina quando ci si alza, nel pomeriggio per darsi la scossa, la notte per ballare e scuotere il vostro corpo.

Nel fermento della musica di oggi, che riesce a produrre in grosse quantità qualsiasi tipo di musica (non date retta alle radio e alle classifiche: il mercato discografico è impressionante, e la qualità sgorga, basta cercarla) , Loreena McKennitt potrebbe passare come “una delle tante” che fanno una musica improntata sulle atmosfere celtiche, fatte di tappeti sonori evocativi, canto ancestrale, suoni di vecchi strumenti tradizionali e batterie sempre piene e ricche di basso (il famoso: “bom – bom”).
A volte sembra impossibile che certe musiche e certi testi (fatico a chiamarle “canzoni”, scusatemi) possano avere avuto tanto, tantissimo successo.
Quando eravamo “ragazzini”, o forse semplicemente appartenevamo ad un’epoca in cui la musica “Pop” intesa come musica strettamente commerciale, con la targhetta di “prodotto fatto per vendere” esposta in maniera esplicita, era una cosa normale e diffusa, ci siamo tutti appassionati agli 883.

