Una bella prova d’autore per un inaspettato Nino D’Angelo.
I volteggi sonori di “O Schiavo O’ re”, le atmosfere offuscate e nebulose di “Preghiera”, i lamenti intensi di “E te penzo e sto male”, la mediterraneità vissuta di “A storia ‘e nisciuno”, il romanticismo velato di “Nu biglietto po mare”.
Sono queste le carte che Nino D’angelo gioca nel disco più moderno della sua carriera, capace di piazzarsi di diritto tra i dischi di riferimento della musica italiana tra tradizione, radici napoletane, e suoni contemporanei. L’autoproduzione di Nino e gli arrangiamenti di Nuccio Tortora evidentemente hanno ben giovato al sangue dell’artista napoletano che, regalando comunque pezzi “all’antica” come “Per te”, “Opate” e “Rosanera”, riesce a dare una bella risploverata al suo modo di fare musica.
Sicuramente difficile per uno con la sua storia riuscire a convincere come artista “moderno e contemporaneo”, ma certo alcuni brani, tra cui i citati “Preghiera” e “O schiavo e o’ re”, sembrano poter dare una lezione alla gran parte di coloro che oggi pensano di essere al passo con il tempo, e si fanno anzi portavoce del “nuovo che avanza”.
Il profondo rispetto per le radici italiane (ma come mai solo i napoletani e i pugliesi riescono ad essere radicati alle proprie origini?), porta Nino D’angelo ad affogare negli stilemi armonici e melodici del Mediterraneo, percorrendo terre e mari della dolce penisola. In studio c’è un grande lavoro di ricerca dei suoni, che, ascoltare per credere, sono a tratti magistrali. Le percussioni e i bassi sono curati nel minimo particolare, e mentre una conga (in “Preghiera”) scandisce il ritmo, l’organo fa da tappeto e un sinth ci mette dei bassi, fino all’attacco, curato e intraprendente. Un cerchio di suoni che girano intorno alla linea melodica principale.
Il disco “O’ schiavo e o’ re” sembra essere, quindi, intraprentendente, ha il coraggio di un giovane, l’entusiasmo di chi si approccia a far un lavoro non per sé stesso ma per fare un prodotto valido artisticamente, ma anche arrivabile al grande pubblico. Il canto di Nino è curato e incanalato verso i suoi pregi che non verso voli pindarici che ne manifesterebbero i suoi limiti. Invece è melodrammatico fino al punto giusto, è arrabbiato e grintoso, è controllato e non eccessivo. Nella title track è stimolante il duetto con la splendida voce femminile, a riprendere il vincente filone di “Senza giacca e cravatta”, sorpresa a Sanremo del ‘99 (sempre N. Tortora dietro l’arrangiamento).
Questo disco è così un invito a vincere i pregiudizi verso un cantante buono e un musicista che evidentemente ha ancora qualcosa da dire. Invita a dimenticare certe cose del passato (dal cinema allo spettacolo), e rivendica un presente e un futuro da cantante portavoce di una tradizione musicale, quella popolare italiana, ormai dimenticata. Sperando che il suo futuro sia davvero questo (chi semina, raccoglie!). Ascoltatelo.