Pupi Avati, per i giovani più noto per delle commedie troppo spesso poco riuscite, torna al suo antico amore, il film horror. Questo, che è più un thriller con reminiscenze fantascientifiche, è comunque un grandissimo ritorno. Anche se il cast e il team è iper-internazionale, il cinema italiano riesce ancora a regalare una pellicola pura, di genere, che abbia in sé una prova d’autore elevata assieme all’arrivabilità verso grande pubblico. Un film denso di atmosfere, attento ai particolari e dedito al recupero delle suggestioni di un cinema probabilmente ormai inutilizzato.
E’ bello riscoprire in un cassetto le foto di 20 anni prima, polverose e magari piacevolmente sbiadite o poco definite. Quella tecnologia così passata, quel punto di vista così ingenuo, quei colori sbiaditi. Però hanno, a distanza di tempo, un piacevole senso di riscoperta.
Per gli amanti del cinema, “Il Nascondiglio” è un tuffo all’indietro anche per chi quel passato non l’ha mai vissuto. Il taglio che Pupi Avati dà alla pellicola è sin dall’inizio differente da ciò che vediamo normalmente in sala. Lo si deve alla fotografia, al modo di sviluppare la trama, alle inquadrature verso i protagonisti, e al ruolo degli attori all’interno del film.
La trama, ad esempio, è bella annodata, e fatica a prendere il volo sin da subito, lasciando i punti salienti del plot sospesi per molto tempo. Non c’è da subito la contrapposizione tr aun nemico e il protagonista, o tra un male assoluto contro il bene che deve difendersi e scappare da esso. E questo può generare impazienza nello spettatore.
Ma è un’impazienza che il regista ha voluto generare intenzionalmente, non volendo fare il classico film con “apparizioni” e “attacchi alle spalle”, in cui l’unico filo conduttore del film potesse essere lo spavento o la vicinanza di un qualcosa di terribile che deve avvenire a tutti i costi ad ogni scena.
Non ci sono effetti speciali o colpi di cannone durante il film, che riesce ad essere un ansioso e costante viaggio all’interno di un mistero da capire più che da risolvere. Il mestiere che c’è nella costruzione della fotografia, lo stupendo gioco di sguardi e intrecci tra i personaggi, e la perfezione con la quale Avati riesce a far pesare i pochi momenti di vera paura, fanno de “Il Nascondiglio” un lungometraggio non solo riuscito, ma capace di poter essere un riferimento per i registi che in futuro vorranno approcciarsi a questo tipo di cinema con occhi diversi da ciò che vediamo da qualche lustro.
Non da sottovalutare, infine, l’omaggio a “Psyco”, che Avati riprende sia nel taglio della fotografia (da qui l’effetto vintage del film) che nella personalità della protagonista e nel continuo intrecciarsi di personaggi che entrano nella storia con un peso e ne escono con un altro (personaggi a cui la storia dà importanza si rivelano alla fine inutili, altri apparentemente inutili invece centrali). E che dire poi delle musiche? Quei violini striduli possono passare inosservati solo a chi non ha visto o ha dimenticato Psyco, e addirittura il tema principale parte proprio con alcune note uguali a quelle del capolavoro di Hitchcock. E, ancora, la casa, tenebrosa e sola nella nebbia e nel buio. E soprattutto un altro aspetto, che dovrete però scoprire nella storia…
Se amate un cinema vero e d’autore, se amate il cinema in stile, se amate anche la tensione, la paura e il mistero, “Il Nascondiglio” sembra essere la carta perfetta da giocarsi, fermo restando che, per quanto possa essere un film in stile e d’autore, per chi è pauroso non è certo consigliato! Potreste avere davvero dei cattivi incubi… soprattutto se siete abituati ai film horror fatti di mostriciattoli e maschere che escono dalla tv, ti vedono da una botola o ti accoltellano alle spalle. Qui, la paura, è la paura vera. E potreste davvero sentirla quando tornate da soli a casa nel buio e in solitudine…