Questi giorni fioccano su livecity.it recensioni sui “padri del blues”. Ve le propongo sul blog.
Blind Wille Johnson: quando le emozioni vengono dall’anima e, dopo 80 anni, con la stessa forza.
Blind Willie Johnson: “gli occhi ciechi del Blues”. Cogliamo l’occasione per raccontare di lui grazie al film “L’anima di un uomo” di Wim Wenders, primo dei sette film della collana “The Blues” curata da Martin Scorsese (con registi quali Clint Eastwood e Mike Figgis).
Wim Wenders ha solo il grande merito di porre l’attenzione su una figura un po’ offuscata dal tempo, perché Willie Johnson è davvero una delle più grandi icone della storia del Blues. Uno dei più grandi per il tempo, visto che ricopre i primi decenni del ‘900, dal ‘20 al ‘40; tra i più grandi nello stile di suonare la chitarra, lo “slide guitar”, con l’uso del bottleneck; forse il più grande come voce, visto che nessuna voce sarà sanguinaria, cavernosa, VERA, come la sua.
Una voce, quella di Blind Willie, che viene dalla sofferenza della schiavizzazione del popolo nero, e dalla sua condizione fisica. Una voce quindi proveniente prettamente da dentro, dall’anima, senza metafore. In fondo, basti immaginare cosa poteva provare quest’uomo, cieco, e sbattuto da una parte all’altra di luoghi luridi e sconosciuti. Una vita non facile, strozzata dopo appena una quarantina di anni di vita. Ebbe però il tempo di provare le emozioni di un matrimonio, nel ‘27 con una certa “Angeline”. Da questa esperienza verranno molte delle sue canzoni.
I suoi pezzi sono godibili. Sono dei bei pezzi, come sottilinea e cerca di far capire Wim Wenders nel suo film, facendo suonare alcune canzoni in maniera “attuale” da artisti moderni, e facendoli suonare come attuali.
Per avere materiale su di lui, e sugli altri musicisti “storici” del Blues, sarebbe bello acquistare la collana edita dalla Sony sul Blues, disponibile in catalogo nei negozi. Consiglio tra l’altro il cofanetto “The Blues” una vera chicca da appassionati o esperti musicali. Blin Willie Johnson è semplicemente un riferimento per le radici della musica blues, da ascoltare per cultura, ma anche per ispirare se stessi e la propria musica. Ci troverete degli spunti davvero interessanti. E la sua voce vi penetrerà.
[Recensione Albert King - I Wanna Get Funky]
Un percorso lungo la strada del blues non può non far tappa sul rappresentante Blues della storica etichetta Stax: Albert King. Insieme a Isaac Hayes, Otis Redding, Eddie Floyd e Rufus Thomas firmava “l’orgoglio nero” (sono anni decisivi per la lotta di classe, e di razza chiaramente), basato su tanta energia, presenza scenica, e soprattutto sulla musica. Albert King lo faceva col Blues della sua chitarra e dei suoi pezzi che negli anni a seguire si sarebbero rivelati tra i più adatti ad essere ripresi dai grandi del Rock…
Ci sono alcune case discografiche che al solo nome evocano un particolare periodo o corrente musicale. E’ il caso della Stax, etichetta degli anni ‘60 – ‘70 che sfornò i principali nomi del soul / rythm and blues, rigorosamente nero: da Rufus Thomas a Otis Redding, da King a Isaac Hayes, tutti sono in catalogo per la Stax Records.
Solo un artista identificava un suono sicuramente diverso, grazie alla sua voce e alla sua chitarra specialmente: Albert King, l’unico artista rigorosamente Blues della Stax. E verrebbe voglia di aggiungere: “E che Blues!”.
Nella sua carriera iniziata professionalmente negli anni ‘60 (già aveva un quarantina di anni, visto che Albert nasceva nel ‘23 nel Mississippi), ha sfornato album indimenticabili, sin da The Big Blues del ‘62 e Born under a bad sign del ‘67, regalando classici come Crosscut Saw e Everyday i have the blues.
I wanna get funky (1974) è un album del periodo più maturo di Albert King, in cui riversa anche la sua personalità, oltre che le idee che aveva iniziato ad inserire soprattutto nei primi album, idee legate a un nuovo stile di suonare la chitarra, di aggiungere quelle settime e quelle none negli assoli con certa costanza e duttilità.
Qui ci sono brani impareggiabili come Playing on me in cui il ritornello “I wanna get funky, i wanna get down” è sicuramente candidato come una delle frasi più riprese negli anni a venire, e la stessa Crosscut saw , che invece si candida tra i brani più ripresi da altri artisti (a cominciare da Eric Clapton), è arrembante ed energica, sporca ma allo stesso tempo melodica .
Il cd è consigliato anche perché fa parte della serie di ristampe in edizione cartonata e con booklet interno, che sta riguardando la Stax da un po’ di tempo a questa parte, quindi reperibile e ordinabile nei negozi. Inoltre il cd è a prezzo speciale, con una traccia interattiva contenente la biografia dell’artista in questione, uno speciale sull’etichetta e un video che riguarda tutti i grandi della Stax (fra cui anche Otis Redding…).
Tra le note biografiche di Albert King emerge un grosso rammarico, quello che il grande Albert fu stroncato a soli 69 anni da un infarto (nel ‘92) e che purtroppo non è potuto arrivare ad oggi, dove assieme all’altro King (B.B.) avrebbe potuto certamente regalare ancora tantissime emozioni.
[Recensione Bukka White - Mississippi Blues]
Bukka White: Bluesman meno fortunato del cugino B.B.King, rappresenta il rude e sanguinario Blues del Mississippi degli anni ‘30 – ‘40. In Mississippi Blues alcune delle più grandi registrazioni del bluesman, dal classico “Shake ‘Em on Down” a “Baby Please Don’t Go”, firmato Big Joe Williams.
Bukka White è parte integrante del Blues, ma non perché è il cugino del celeberrimo B.B.King. Bukka White è uno che insieme a Charlie Patton e Robert Johnson ha rappresentato il Blues del Delta; meno chitarrista e voce del tutto straordinaria, non ha avuto il meritato riscontro, anche se ha nel tempo recuperato, una certa considerazione, soprattutto da parte degli storici.Infatti fu negli anni ‘30 che Booker T. Washington (vero n
ome) cominciò le sue registrazioni, regalando nel ‘37 la grandiosa Shake em on down, un classico dei classici, reso di successo poi anche dai Led Zeppelin.
Nei primi anni ‘40 però, complici alcuni anni di galera, e delle canzoni di stile più ricercato dove White scriveva dei testi di impegno sociale, che sottolineavano le realtà delle prigioni e delle sofferenze della gente di colore, dovette smettere di suonare. Trovò lavoro in un laboratorio, e ci rimase per 20 anni. Nel ‘63, durante il percorso di recupero da parte dei bianchi e dell’Europa del Blues, John Fahey e Ed Denson si presentarono da Bukka White con una proposta: recuperare le vecchie registrazioni, e rifarle, con le tecniche di quegli anni. Ecco che Bukka White riprese i suoi pezzi e li registrò, li perfezionò e li completò. Fino al ‘75 continua ad incidere, quando però nel ‘77, a 71 anni, morì. Sono però rimaste a noi 12 anni di pure e grandissime registrazioni, e Mississippi Blues è sicuramente uno dei dischi più ben fatti, pulito e senza una macchia di errore, con grandi pezzi come Parchman Farm Blues, e un tributo personale a Charley Patton, sua guida in musica e unica vera fonte di ispirazione.
Come mai Bukka finì in carcere?
Solo perchè contestava?
Chissà quando anche da noi i neri suoneranno come negli States…così forse la gente cambierà idea nei loro confrontri!
Penso che anche io, in un altro mio blog, scriverò qualcosa sui bluesman proprio per quel motivo…