Nino D’Angelo: Terra Nera (2001)

Quando la musica dipinge colori forti e pastosi.
L’italianità è un valore che ha perso significato sotto il colpo di troppi fattori, da quello politico (come non odiare la situazione decennale del nostro Paese), a quello ideologico (il concetto di “nazione” è caduto totalmente sotto il colpi della globalizzazione), fino al fattore “visivo”, “di immagine”, cioè quello stereotipo dato dai grandi mass media (diciamola tutta: la televisione) del “essere italiano”, secondo il quale i tipi “à a la Corona” o “à la Briatore” sarebbero i veri italiani.
Per chi non si riconosce nella figura di “camicione aperto e pelo in vista”, occhiali fissi in volto (anche di notte tra un po’…) a coprire costantemente la parte più bella di noi – cioè gli occhi – può sicuramente con calma ritornare a parlare del suo essere italiano, e a cominciare a porsi la domanda: quanto è importante, seppure nella modernità e nella passione aperta verso qualsiasi altra cultura (io per primo sono cultore – come i nostri visitatori assidui sanno – del Blues, della musica afroamericana, della musica etnica e elettronica), conoscere le proprie radici e sentirsi legati al posto dove si è nati?
Nella situazione difficile culturale dell’Italia, ci sta anche che fenomeni vengano etichettati come negativi, senza ascoltare cosa ha da dire di nuovo uno che ha sbagliato in passato, ma che resta comunque uno dei talenti più importanti della musica tradizionale. Nino D’angelo, che ha calcato la mano con le apparizioni televisive e qualche episodio musicale evitabile, è uno di quelli che ha ancora un obiettivo in testa, e che sente bene le radici della propria musica, in relazione però alla contemporaneità dei suoni e della produzione musicale odierna.
“Terra Mia”, forse di poco inferiore a “O’ Schiavo e O’ Re”, e che non vede un brano così diretto e orecchiabile come “Senza giacca e cravatta” (che ancora piange ingiustizia per non aver vinto il festival), è un bellissimo disco tra mediterraneità e musica napoletana, tra world music e contaminazioni medio-orientali.
Suoni compatti e intensi, di quelli con le onde sonore “ciccione” che riempiono per bene l’orecchio e la percezione musicale interiore. La voce di Nino D’angelo è un punto di forza inopinabile, perché sa essere così sofferente e melodrammatico, strozzato e aperto insieme. La passione dell’interprete esce fuori a mani aperte, accompagnato da degli arrangiamenti così perfetti, dagli archi di sottofondo ai violini che più stridono, alle marimba e le percussioni, dalle basi elettroniche a tratti geniali alle tastiere che suonano vibrafoni, xilofoni, fisarmoniche e quant’altro. Sicuramente la sensazione di confusione, di qualcosa di non perfettamente definito a volte c’è, perché “Terra Mia” non è un disco Rock, non parte da quartetti o da formazioni predefinite, ma per la sua natura (world music) tende a coinvolgere qualsiasi tipo di suono e di suggestione sonora.
Ogni cosa può così essere usata, per quel fine che è la suggestione mediterranea; il ricordo delle emozioni legate al passato, alla propria terra, al posto dove si è nati e al quale si è legati. Le note di “Terra Nera” evocano il mare, il sole che splende, il fresco vento, le sere stellate e solitarie, le strade percorse dalle biciclette, quelle case in pietra, quei paesi arroccati… “Terra Nera” porta raramente “alla città”, ci allontana completamente dalla vita urbana, da quel correre stressati dietro a un lavoro o a una famiglia da costruire secondo delle prospettive sociali ben stabilite. “Terra Nera” ti porta più semplicemente al concetto più rude della persona, del vivere di poche cose, della possibilità di far crescere un bimbo senza le imposizioni di un sistema economico impossibile da seguire senza buttarci il fegato, del godere di quelle sterminate valli, di quelle spiagge abbandonate, di quel sole che batte quel mare così splendido, blu, verde, azzurro…
Potremmo citare la splendida ballad “Nun me scordà maje”, che fa lotta con “Io me ricordo” per la palma di migliore del disco, oppure “Sento” e “Jesce sole”, per prenderle come esempio di quella modernità sonora portata avanti da Nino D’angelo. “A Terra Nera” presenta uno splendido flauto traverso, delle percussioni ampie e potenti, dei suoni che vanno e vengono nell’evocativo e scuro ritornello gridato da Nino D’angelo, in cui si alternano sintetizzatori, chitarra acustica, chitarra elettrica e strumenti etnici.
Ecco così scorrere dinanzi a noi un lavoro complesso che ha un valore a sé, diverso da qualsiasi cosa che possiamo sentire nelle radio oggi, ma che probabilmente non solo meriterebbe spazio, ma avrebbe inoltre un indubbio successo, se proposto alla lunga e con costanza e con pari dignità delle altre musiche. Un consiglio? Fateci l’orecchio, e fatevi trasportare tra questa “anima ‘e core” di musica che va veramente diretta alla parte più interiore di noi stessi.