John Cage: riflessioni su Imaginary Landscape

Non siete nel futuro. Ma nel 1939…

Nei discorsi contemporanei sulla musica, si è perso totalmente il senso di critica, i riferimenti con i quali si guardano le cose, come si giudica un disco, un artista, un episodio musicale e via discorrendo.

Essere figli del proprio tempo“, era l’insegnamento forse primario di gente come John Cage. Di chi con la musica voleva fare operazioni avanguardistiche, di chi usava anche il mezzo musicale come una provocazione, come un segnale di un qualcosa.

Operazioni estreme – assolutamente estreme (non c’è niente di più “oltre”, in quel tempo, di ciò che ha fatto l’americano John Cage) – come queste non sono certo da prendere come il riferimento assoluto per fare musica, ma sono indicative per chi analizza la musica, e in teoria per chi la fa. Poi il pubblico decide, seleziona, ascolta secondo i propri gusti, momenti, cultura e sensibilità (non scordiamoci che la stragrande maggioranza della gente, di operazioni da prendere da esempio come questa, se ne sbatte totalmente).

John Cage, che nato nel 1912 aveva quindi soltanto 27 anni, ha voluto nella sua vita rivoluzionare intenzionalmente qualsiasi cosa per la quale avvertiva la necessità di dare una svolta. Uno che nella sua carriera ha scritto “4:33“, cioè un brano di assoluto silenzio, che dimostrava come il silenzio di fatto non esistesse, visto che in quel lasso di tempo la platea matematicamente cominciava a rumoreggiare, e anche un individuo che avesse ascoltato veramente quel brano in silenzio, presto avrebbe scoperto il rumore del battito del suo cuore…

Uno come John Cage, che è stato definito anarchico da moltissimi critici, ma per il quale di fatto qualsiasi aggettivo è rischiosissimo (per molti egli ha fatto “tutto e il contrario di tutto”), bisogna prenderlo per i messaggi che di volta in volta ha mandato, dimostrandoli con operazioni assolutamente condivisibili, se approfondiamo il pensiero filosofico accompagnato dalle sue azioni.

Filosofia, concetto dal quale non si può prescindere, sia per gli studi che egli ha compiuto, per i suoi maestri e per le storie che si è trovato di fronte viaggiando per il mondo. La filosofia analizza un qualcosa di piccolo, anche molto piccolo, per farne qualcosa di rappresentativo. Concentrarsi sulle proprie emozioni e sensazioni, può essere soltanto il primo passo, decisivo, per capire come da un proprio bisogno scaturiscano una serie di riflessioni, che possono viaggiare dall’Io alla società, dal rapporto con gli altri all’essenza stessa di esistenza, di sé, di chi ci sta intorno, del mondo, della terra in cui viviamo, dell’universo. Della vita, che ha le sue sofferenze e delle quali dobbiamo avere una certa accettazione, limitando sogni ed emozioni.

Imaginary Landscape nel 1939 è un pezzo futuribile, che paradossalmente è ancor più futuribile oggi, della massificazione totale dell’informazione e del gusto, in cui gli uomini vengono ormai cresciuti secondo stilemi predefiniti, in cui la società assolda tutti quanti, anche chi pensa di starne fuori. John Cage ha potuto operare senza la televisione e senza i grandi mass media, ha potuto conoscere le cose con maggiore peso, con più trasparenza, con meno veli. Ha potuto guardare più in faccia la realtà. In quel contesto storico Cage compie operazioni su operazioni, e questo, che è riconosciuto come il primo vero pezzo di musica elettronica nella storia, vede quell’intreccio di suoni più o meno casuali, classificabili soltanto dopo attenti e ripetuti ascolti, riconoscibili soltanto in virtù dell’analisi. In merito a delle interviste, a domande come: “Ma non pensa di suscitare fastidio con questa musica?”, lui risponde: “non m’interessa”. Oppure, a chi chiede come una persona possa seguire tutto questo, lui risponde: “io NON voglio dare delle risposte, ma porre delle domande”.

Nel grosso punto interrogativo di cosa sia questa musica, di come concetti quali la casualità e la serialità siano elementi assolutamente da discutere, e ai quali l’uomo non potrà mai dare delle risposte certe, scorre parte dell’enorme e fluttuante pensiero. “La musica esiste nel momento in cui ci arriva nell’orecchio”, dice Cage. Dopodiché, tutto ciò che viene dopo, è emozione. E “bisogna evitare le emozioni”. Come si può vivere eppure senza di esse? Ecco una domanda… John Cage ha vinto…

Il dibattito creato da Cage era un continuo muoversi in avanti, un continuo smuovere le coscienze, gli animi. Come quando in una conferenza su Satie dimostrò come fosse la musica di Satie quella da prendere ad esempio, e non quella di Beethoven…

Operazioni eversive, che però lasciano un continuo segno. Imaginary Landscape sentita oggi, se proposta alla grande massa, è ancora qualcosa di “futuro”. Eppure siamo nel 2008. Niente sembra essersi allora mosso? E perché? Oggi c’è una completa rivalutazione di ciò che è passato, e si prendono “le cose buone del vecchio”, per cancellarne quelle cattive. Si etichettano cose fatte, si fissa una scala di valutazione di cosa sia giusto e sbagliato. Sembra assolutamente condivisibile che l’amplificatore valvolare sia da riprendere rispetto a questo digitale così piatto e senza anima. Sembra chiaro come una città debba essere costruita secondo precise regole che possano far vivere il cittadino in condizioni agiate (strade, parchi, trasporto, divertimento) , e come sia sbagliato che uno butti una lavatrice per strada. Per guardare al futuro, si guarda al passato per cancellarne le cose errate e riproporlo nelle cose giuste. Viviamo un passato che si ripete, scordando che purtroppo l’essere umano erra, persevera, e ripete gli stessi errori. Inevitabilmente e incontrovertibilmente. E forse vogliamo ripeterlo perché siamo ancora in colpa perché quelle cose siano davvero successe. E vorremmo cancellarle.

Ecco come John Cage è quindi un massimalista, un rivoluzionario, da cui si devono però trarre delle conclusioni da utilizzare. Non si può ignorare. Chi fa musica oggi, non può ignorare il tempo in cui vive, e dovrebbe limitare le emozioni che sente per fare qualcosa che vada avanti, che proponga qualcosa in cui credere, di nuovo. Gli elementi critici, inoltre, non possono più fermarsi nella valutazione tra buono e cattivo, giusto e sbagliato. Devono essere capaci di distinguere tra “alto e basso”, tra contemporaneo e moderno, tra attualità e revival.

Come avrebbe voluto Cage, vi lasciamo alle vostre domande, per far sì che ascoltando la sua musica, vi chiediate davvero come qualcuno negli anni ‘30 e a seguire abbia potuto concepire simil cose. Forse, vi sentirete dei vecchiacci rincoglioniti… e non sarà bello.

Federico Armeni

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s