Diamante: una delle canzoni più rappresentative della storia della musica italiana, uno delle più importanti se si pensa al fatto che è nella ristretta rosa delle canzoni famose nel mondo italiane che però non siano di matrice prettamente tradizionale e popolare. Con Francesco De Gregori, che scrisse lo splendido testo per Zucchero, e Mia Martini, la canzone rivive di nuova luce.
Se Zucchero è uno dei pochi artisti al mondo che non reinterpreta mai i suoi pezzi – non esistono né live né album contenenti brani riarrangiati - allora ci pensano gli altri a fa rsplendere di nuova luce un suo pezzo.
La musica di Diamante è una culla dove poggiarsi, un soffice prato verde dove sdraiarsi al sole. Dall’intro in crescere all’attacco del pianoforte, dall’educato cantare nella strofa all’esplodere del ritornello, fino all’assolo di tastiera e al malinconico finale, è una di quelle ballate di amore, fede e speranza alle quali non si può rinunciare in un “best of love songs”.
L’idea che trasmise Adelmo Fornaciari a Francesco De Gregori quando fu chiamato per scrivere il testo, fu quella di dar vita alla nonna Diamante, di farla vedere in musica grazie alle immagini della sua semplicità, della nonna piena di valori legati alla terra e all’umanità più vera e sentita, del reciproco amore tra nipote e nonna.
Il songwriter romano, uno degli autori più rappresentativi dell’epoca moderna, ha stilato così una serie di immgini da brivido, come quell’iniziale “respirerò l’odore dei granai”, o come quel “ballare piano in controluce, per mano insieme, soldati e spose”.
Se Sugar non ha mai così voluto rischiare, ci ha pensato lo stesso De Gregori a rivedere il brano in una chiave tra Rock e melodia all’italiana, dove si intrecciano suoni più moderni (d’altronde dopo quasi 20 anni i suoni sono cambiati e anche l’orecchio vuole la sua parte) di batteria, un riff di chitarra e una fisarmonica che va e viene di sottofondo. Il cantato è più sottile, come è natura del “narratore” De Gregori. Non ci sono esplosioni, non c’è quel salire e scendere da una montagna che Zucchero ha voluto trasmettere nel 1989 a questa canzone, in perfetto stile “Soul” al quale Sugar è legato.
De Gregori la rende quasi come un “beat”, ne dà un ritmo costante, dove forse è più possibile concentrarsi sul testo, e immaginare le splendide scene dipinte dalla sua penna come l’ascoltatore desidera. Zucchero invece “imponeva” (positivamente), visto che la sua musica era piena di melodrammaticità, di quella forza “d’anima” che, sappiamo, essere caratteristica di Zucchero. L’esplosione con Sugar è sempre dietro l’angolo, e lui tende a trasmettere le emozioni più con le musiche che con le parole (blues docet). E’ un viscerale. De Gregori è legato alla melodia italiana molto più di Zucchero, e le parole scorrono più asettiche e fredde. E’ un pragmatico.
Pro e contro per ciascuna parte, ma il risultato rimane splendido perché ognuno ha visto la canzone a suo modo, e ognuno l’ha resa davvero Sua.
Mia Martini la rende sua invece nell’interpretazione, lasciando la base simile a quella di Zucchero, lasciando i cori Gospel di sottofondo, e assottigliendo leggermente i suoni. Il piano e i fraseggi “dietro” sono simili a quelli di un’arpa, che si muove sottile e leggiadra. Mia Martini interpreta con la sua voce strozzata, dialogando con l’armonica – introdotta in questo riarrangiamento – che regala dei begli assoli.
Le percussioni si fanno sentire nel ritmo incalzante, e l’ineccepibile interpretazione della Martini si diverte in uno dei pezzi più “neri” che abbia mai interpretato, in cui le note e gli accenti sono lasciate con maggiore libertà, e possibilitate a svariare. Poteva sicuramente rischiare di più, ma forse non l’ha fatto per non mettere in secondo piano il testo, che come dicevano è ricco di immagini tenue ed evocative, e la sua voce se tirata al massimo avrebbe finito per metterla in primo piano assoluto.
Nell’ingiustificata lacuna di Zucchero Fornaciari di non rendere “di nuova vita” i suoi pezzi (se fosse una scelta, sarebbe criticamente sbagliata, perché alle nuove genrazioni, abituate a suoni diverse, si parla soprattutto grazie alle rivistazioni e al rinnovamento), ci pensano gli altri, e due artisti come De Gregori e Mia Martini hanno davvero regalato due versioni parimenti valide, che possiamo alternare nel lettore cd (o mp3…) con la “vecchia diamante”, alla quale magari, persone innamorate a questo piccolo capolavoro come noi, sono un po’ assuefatte (dall’89 ad oggi sono 19 anni!).
E’ l’occasione giusta per rivevere la splendida “Diamante”!
Salve. Non riterrei una scelta come quella di non riarrangiare i propri pezzi sbagliata.
Ritengo errato, infatti, pensare di dover adattare la propria musica al senso attuale, al gusto momentaneo. Ritengo, invece, che sia giusto mantenere sonorità diverse, anche “superate”, che possano educare le nuove leve ad un ascolto più consapevole, ed a una scoperta più complessiva dell’ambito musicale..se ci uniformassimo tutti al pop melodico odierno, non esisterebbero più capolavori, non trovi?