Ascolti su ascolti… / 6

Adam Green – Sixes & Sevens [2008]

Voce già da adult songwriter, Adam Green è al quinto album solista nonostante i suoi 26 anni. Un disco di gusto discutibile, un po’ naif, ma anche un po’ “americano” nel suo accostare cose diverse e contrastanti, insieme. La sua musica è come un blu sul viola, cioè di gusto discutibile. Il talento si scontra così con una sorta di povertà di background, come se Green non avesse a cultura tale per fare un disco coerente e apprezzabile. Non si capisce davvero dove un album del genere possa andare, con le sue quasi 20 tracce ciascuna che non tocca i tre minuti (tentativo mal riuscito di imitare Tom Waits?), con una voce mai capace di colpire al cuore, con quegli arpeggi di chitarra sempre freddi e insensibili, senza mai un motivo da ricordare. Sixes & Sevens è un disco decente e nulla più, poiché incapace di emozionare e colpire con qualche colpo di scena. Evitabile. 

24 Grana – Ghostwriters [2008]

Ghostwriters…scrittori senza volto, narratori sconosciuti di storie che ogni giorno ci accadono sotto gli occhi o solo nella nostra mente… storie che raccontano il disagio, l’amore, il sangue… la speranza”. Parole, per descrivere il disco, che risiedono quindi nelle sfere più emozionali ed evocative dell’Io. Effettivamente questo album riesce grazie a degli incastri sonori formidabili (nella loro essenzialità) a cogliere direttamente nello stomaco e a far vibrare la pelle (e cosa conta di più?). I 24 grana riescono a cantare in dialetto campano senza fare musica popolare, ma anzi un bell’indie rock all’italiana contaminato da mediterraneità e pop. Un bel mix sonoro educato, che si sofferma sui momenti di ogni passo delle canzoni presenti in questo prezioso lavoro. Dolce, fresco, sensuale. Un ascolto da non deluderà. (

Bright Eyes – Cassadaga [2008]

C’è America e America, e non lo devono dimostrare i giovani Bright Eyes, che nel nome del giovane leader Conor Oberst dimostrano semmai che le nuove leve sono più vicine all’Europa più che mai. Vicine all’Europa come capacità di vedere “oltre”, come capacità di non essere chiusi e convinti di essere la vera potenza del mondo, ma come una opinione e un pensiero possano fondersi con i pensieri degli altri senza entrarne in contrasto. Così, Cassadaga è fedele a una mente proveniente dal Nebraska, ma ha la capacità di sfornare quell’Indie Rock che piace tanto a noi europei, e capace di entusiasmare qualsiasi giovane legato a questa musica. Perché? Perché c’è tanta roba qui dentro, perché la batteria è un martello, le chitarre sferzano alla grande, la voce melodica (ma non troppo) del cantante dialoga con le incursioni di una inaspettata tastiera. E’ qui la differenza sostanziale con l’indie targato italy o Uk, ed è qui che gli Usa riescono a imporsi con quel “qualcosa in più” fatto di tappeti sonori ed archi, di suoni che vanno e vengono arricchendo il trio basso-batteria-chitarra. C’è a chi piace e non piace; ma anche a chi non piace, dovrà riconoscere la sofisticatezza Prog unita al ruvido e diretto Indie che i Bright Eyes riescono ad avere. Splendidi nelle ballate, sorprendenti nelle parentesi intimistiche (”No One Would Riot for Less“). Interessantissimi.

Ascolti su ascolti… / 5

Giorgia – Stonata [2007]

Stonata: con l’attuale discografia, con la musica delle radio, con l’Italia che non rischia. Giorgia si da il titolo a un disco interamente fatto da lei, con molte collaborazioni, ma che vede più che in qualsiasi altro disco la sua personalità e ciò che avrebbe voluto davvero fare, suonare e cantare. “Parlo di te” è il capolavoro del disco, un brano così delicato e intenso, in cui la musica elettronica fa da base a parole poetiche e dirette, cantate da una voce precisa e aperta, quella di Giorgia. La prova vocale subisce alti e bassi a seconda di brani più o meno spiritosi, intensi , giocherelloni o appassionati. Giorgia fallisce nei motivettini Pop e nelle provocazioni da tre soldi (orribile il pezzo con Grillo), mentre coglie il segno nei momenti più drammatici e melodrammatici. Disco double face. Ma la faccia buona è davvero tutta da godere. 

Adele – 19 [2007]

Noiosissimo disco di una voce ancora infantile e immatura. Adele si getta nella mischia ancora troppo giovane, perché non è Anastacia e non è Amy Winehouse. Ha una voce con delle potenzialità, ma che del resto hanno oggi in centinaia di artisti in tutto il mondo. Il repertorio è solito e scontato, le musiche hanno un sound già sentito e classico, e così la sua prima opera sembra più che altro suonare come una demo e una “prima prova” in attesa di una produzione migliore. Adele necessita si un bel songwriter, mentre la sua voce sembra essere comunque l’ennesimo grido di una cantante dal bel canto in mezzo alle troppe che ultimamente stanno uscendo, tra Londra e News York. Rimandata. 

Frankie Hi Nrg – Deprimomaggio [2008]

Frankie Hi Nrg ha sempre qualcosa da dire, e anche se spesso soffre di incapacità di mettere in ordine le sue idee, riesce comunque a regalare dei singoli appetibili, e dei dischi discreti. Anche stavolta alcuni brani di punta e qualcun altro “da riempitivo” compongono un disco che va dalla sufficienza al buono a fasi alternate, senza mai scadere né eccellere. “Rivoluzione” ha scosso Sanremo, e rimane uno dei tre brani migliori del Festival. In mezzo a tanta pochezza il rap di Frankie è un bel pezzo da godere, visto che c’è del sano funky e del buon rap, quasi a ricordare i bei tempi degli Articolo 31. “Deprimomaggio” ricalca anche la formula di J.Ax, grazie a parecchie ospitate (tra cui Giorgia, nell’elettric-hip hop “Direttore”), cambi di scena (le sorprese di Paola Cortellesi, ad esempio) e utilizzo di parecchi strumenti (come i fiati di Roy Paci) oltre alle solite (ben studiate) basi Hip-Hop. Un buon disco che mixa generi e regala canzoni che compongono un album da poter esportare con dignità e convinzione. L’Italia è anche questa.


Ascolti su ascolti… / 4

Mavis Staples – We’ll Never Turn Back [2007]

Disco candidato ad essere un riferimento della musica tra Soul, Blues e Gospel di oggi, vede la storica vocalist Mavis Staples eseguire alcuni classici della tradizional american music, miscelati con alcuni brani scritti da Ry Cooder (che produce l’album). Un disco pieno di suoni, con un’anima nera ma con una mente bianca: il mix tra cuore e interpretazione con il raziocinio e la cura dell’arrangiamento e degli incastri sonori è irresistibile. Ry Cooder gioca col solito effetto slide, e riempie le onde sonore di suoni gonfi e compatti. Non ci troviamo dinanzi al classico “blues suonato”, ma davanti a uno svecchiamento del sound del Mississippi, a favore di una formula particolare, perché non è né quella elettronica di Moby, né quella Pop di Ben Harper. Questo album sembra coniare un nuovo sound, e c’è da scommetterci che verrà presto ripreso e studiato per altri album di successo. Nel frattempo godetevi questo capolavoro. 

Sheryl Crow – Detours [2008]

Grosso impegno per l’affascinante sheryl Crow, che tenta di reinventarsi con un disco che vuole suonare come un grande classico, ma che non scorda di ammiccare ai nuovi corsi musicali soft-rock, da Norah Jones a Katie Melua. Così la voce di Sheryl diventa più smaliziata, i brani sono sempre più Pop che Rock, ma con una certa attenzione al country e al folk americano. Un disco che può stancare per l’eccessiva melodicità, e che stona un po’ tanto con l’immagine da grande rocker che Sheryl vuole dare a sé stessa. Sheryl Crow potrebbe essere definita la “Sharon Stone della musica”, sempre abbastanza affascinante e bravina per essere simpatica e gradita a tutti, ma mai davvero nell’olimpo della musica. Come Sharon ha vissuto un particolare momento di enorme successo (Basic Instinct Vs Run baby Run!), ma poi non è mai riuscita a ricavalcare quell’onda. Anche il nuovo album è così un’opera che non delude i fans, perché la voce riesce ad essere matura e precisa, ma i pezzi non convincono come dovrebbero, e la penna di Crow non sembra mai poter lasciare segni evidenti durante tutto il disco. Carino. 

Afterhours – Ballate per Piccole Iene [2005]

Ottimi, ottimissimi. I già bravi Afterhours, grazie alla mente e al corpo di Manuel Agnelli, superano se stessi con un disco che ha oltre alle solite componenti di grande rock e indie rock, anche una gran bella dose di sana bellezza e purezza. Un disco stupendo, pieno di belle melodie, pieno di appunti chitarristici e arrangiamenti fini, e capace di non essere necessariamente aggressivo ma anche riflessivo e, perché no, dolce e ricco di una particolare sensualità. Classico esempio di musica italiana sottovalutata, di prodotto da esportare ma che viene nascosto, gli Afterhours rimancono degli eterni emergenti, degli indipendenti ancora sconosciuti al grande pubblico, ma con doti più uniche che rare. Nel particolare di questo album, i 10 brani sono un percorso tra ottimo rock d’autore e melodia tra Italia e Europa. Da segnalare “Ci sono molti modi”, una ballata sofferta, toccante e sconvolgente. Un gran disco, non perdetevelo. 

Ascolti su ascolti… / 3

Amalia Gré – Per te [2006]

Già recensito su Livecity, ho deciso di riascoltare un disco che mi è risultato indigesto qualche mese fa. Esagerata interprete della melodia nostrana, tra Jazz e classicismo, Amalia Grè propone un mix spiritoso di brani pieni di piccole storie da raccontare con una voce vera, ricca e intensa. Una ricchezza che sembra a tratti essere mal sfruttata, perché un uccello libero di volare si muoverà senza una precisa direzione, ma anzi dipingerà mille traiettorie disordinate, confuse, casuali. L’istinto sembra essere pregnante in Amalia gré, che in questa opera propone anche “Quanto t’ho amato”, in una melensa interpretazione capace di avvalorare le belle parole del brano reso celebre da Benigni. Atmosfere molto soffuse e delicate quindi, ricche di brio e piene di modulazioni e cambiamenti. Ma la voce di Amalia rischia di stancare facilmente dopo una ventina di minuti.

Ben Taylor – Another day Aroud the sun [2005]

Se vi dicessimo: questo non è James Taylor, rispondereste subito: ma che dici! Allora sarà il figlio!. E in effetti Ben Taylor è proprio il figlio illustre del grandissimo cantante folk – country James Taylor, che ha emozionato gli ascoltatori grazie a musiche e interpretazioni semplici e emozionanti. Ben segue la strada del padre con orgoglio, e regala un mix di bellissime canzoni ( su tutte Nothing I can do). Another day around the sun è un disco godibile e ricco di spunti, dal quale verrà facile prendere la chitarra e copiarne gli accordi, strimpellando un po’ e canticchiando sulle dolci melodie. Se James è stanco di fare nuovi dischi, potete stare così tranquilli: Ben Taylor vi garantisce almeno i prossimi 40 annii stile à la James Taylor! I fans saranno felici di cotanta musica.

Chucho Valdes & Irakere – Unforgettable Boleros [2000]

Che disco capolavoro, scoperto per caso tra gli scaffali del negozio dell’Auditorium, dopo un concerto di Chuco Valdes. Con artisti come Carlos del Puerto al basso, Enrique Plá alla batteria, i trombettisti Mario Félix Hernández Basilio Márquez, il sax alto di César López, il sax tenore Alfredo Thompson, and i percussionisti José Miguel Meléndez e Andrés Miranda, gli Irakere hanno costituito una delle band principali della storia della musica Cubana, che ha visto anche Chucho Valdes come pianista e leader nel corso della sua lunga storia. Mayra Caridad Valdés è stupenda e incantevole alla voce solista. Questo disco rappresenta una successione di brani senza tempo, imperdibili e inobliabili, che non possono essere consigliati a nessuno in particolare, perché tutti devono attraversarne le emozioni e le vibrazioni. Romanticismo e malinconia, divertimento e voglia di vita, nelle splendide note di pianoforte, fiati e percussioni ci troviamo tutta la storia di una musica intensa ed emozionale come quella sudamericana, e in particolare tutta la passione e l’amore di Cuba. Ascoltate ragazzi, ascoltate.

David Sylvian – Blemish [2003]

L’ascolto di un controverso dell’elettronica come Sylvian è sempre difficile. Quando come in “Blemish” lascia sfogo alla sua voce tenebrosa e fredda, nonché alle sue volontà compositive più marcate, allora può essere anche molto poco digeribile. Se un’opera del genere ha sicuramente un piglio artistico e delle volontà progressiste encomiabili, da ascoltatore e non da critico devo parlare di disco solo per eletti, o per chi coltiva la passione verso la musica come studio, come provocazione, e che veda nel massimalismo una via percorribile. Sylvian sembra infatti fare una musica assolutamente pensata, ragionata, coltivando la sfera dell’intelletto che non quella dell’emozione. Quindi vi troverete la completa mancanza di una struttura canzone, e lo scardinamento totale di qualsiasi concetto di genere, che sia rock, pop, jazz, classica. La sua è elettronica, la sua è arte musicale contemporanea, il suo è massimalismo. Nonostante la voce narri con certo mistero le splendide parole dell’artista. Per esperti del campo.

Ascolti su ascolti… / 2

Cheb Mami – Meli Meli [1999]

Album uscito dopo l’esplosione di “Desert Rose”, Meli Meli propone le stessesuggestioni del brano di Sting, dove le melodie e le atmosfere mediorientali si intrecciavano alla strauttura Pop. Nel caso di Sting, la lingua inglese e la personalità dell’ex Police facevano sì che la voce di Cheb fosse una spalla; qui “il piccolo Cheb” è libero di correre tra le sinuose melodie e le modulazioni vocali tipiche dell’opera araba. Il Rai algerino offre quindi le splendide “Alache Alik”, “Bledi” e “Meli Meli”, senza mai stancare ma anzi offrendo un bel mix tra divertimento e spiritualità. Un buon disco, a colpo sicuri per gli amanti della musica etnica.

Bruce Springsteen – Bornin the Usa [1984]

Incredibile come tutti i grandi dischi degli anni ‘80 risiedano del corso del tempo come nesusn altro disco. Anche per Bruce Springsteen il discorso vale, come vale per alcune cose degli U2, dei Queen, dei Genesis. Oggi suona con meno imbarazzo un disco “sixties” piuttosto che “Born in th Usa”. La terrificante batteria piatta e senza mordente che aleggia per tutto il disco rende infatti Born in the Usa una cartolina di quegli anni, e l’occasione per sorridere dinanzi a quel lookjeans e maglietta bianca, capello pazzo e magari un braccialetto rosa o viola. Springsteen però si mostra ad ogni modo più forte anche della piattezza dei suoni che pervade inevitabilmente anche questa produzione, grazie alla potenza della sua voce e alla forza delle sue melodie, incalzanti e convincenti. Un disco che per chi l’ha vissuto rimane in endovena per sempre. “Into the fire”, “Darlington County”, “Working on the Highway” tra gli episodi di questa pietra miliare degli anni ‘80.

Chico Barque – Carioca [2006]

L’eroe brasiliano torna con un disco perfettamente in stile, ma ancora più godibile dei suoi grandi classici. Il suono più moderno e meno “triste” del disco, lo rende sì impregnato di quella saudate imprescindibile pe ril genere, ma anche godibile dal punto di vista “pop”, perché la forma canzone esce in maniera maggiore, e i suoni risultano innfluenzati dalle correnti europee e nordamericane. Insomma non è un disco per forza tradizionale e tradizionalista. Lo è, ma è anche altro. Carioca regala “Ode Aos Ratos”, ricche di contaminazioni, e “Dura no Queda”, invece in perfetto stile “retrò”. Carioca è quindi un disco che non può non mancare agli amanti della saudate brasiliano, ma che può incuriosire anche a chi piace la musica jazz, jazz/rock, easy pop e world.

The Beatles – Love [2007]

Il dibattito su questo album si è acceso da subito in tutto il mondo: minestrone o buon remixaggio dei celebri brani degli scarabei? La verità – come sempre – è nel mezzo: i pezzi splendidi della ditta MCCartney – Lennon – Harrison – Star sono belli e eterni di loro e non hanno bisogno di alcun ritocco. Ma per chi ha consumato le pagine di “Sergent Pepper”, “Help!”, “White Album” e via dicendo, non può certo disdegnare la possibilità di vedere laccati alcuni pezzi dei loro beniamini. Le originali rimangono le originali, ma il giochino di Giles Martin, figlio del vecchio leone George Martin (il produttore dei Beatles), risulta essere comunque divertente e godibile. Non c’è niente di male nell’ascoltare questi intrecci continui tra i pezzi dei Beatles, e la voglia di mettere a palla alcuni tratti del disco a qualche festa risulta essere tanta. Insomma: non si aggiungerà niente di particolarmente artistico, ma “Love” sembra essere l’ennesima buona occasione per ascoltare tanta buona musica tutta assieme.