Il passaggio degli Afterhours alle major, e la voglia di voler sempre scardinare le regole. Ma con un po’ di tenerezza in più.

The last but not the least. Siamo gli ultimi a scrivere di questo disco dopo la sua uscita quasi un mese fa, ma abbiamo voluto aspettare per parlarne con la forza delle emozioni e il gusto degli ascolti “on the road”, a casa, in compagnia, per recensirlo.
Il punto critico delle recensioni è quasi sempre quello di dover scrivere troppo spesso seduti su una poltrona di un album, e doverlo giudicare con 5 o 6 ascolti fatti in una settimana. Ma questi ascolti sono troppo spesso privi degli sguardi di un ascoltatore, o delle stesse emozioni dei sottoscritti (critici) che non vedono accompagnare la musica che sentono a storie, situazioni, luoghi, atmosfere, momenti interiori.
Ecco che “I milanesi ammazzano il sabato”, nuova opera dopo l’acclamato “Ballate per piccole iene” della band di Manuel Agnelli è un andirivieni di emozioni in musica senza precedenti per la band, che richiede un numero di ascolti superiore rispetto al passato e che sa convincere soltanto dopo una analisi più accurata dei contenuti.
Strano – stranissimo – che nel passaggio dal settore prettamente indie a quello delle major (con la Universal) gli After riescano a fare un disco sporco e dannato, scostante e poco commerciale, ricco di idee mischiate a piacimento, come i vecchi tempi della band insegnano. “Ballate per piccole iene” era un disco da major, questo no. L’impressione che la Universal non sia entrata troppo nei meriti è avvalorata dai testi, sempre sudici e pieni di nonsense, ammiccamenti e riferimenti sociali, politici, amorosi forti e poco allineati a ciò “che di dice in giro”, mentre per il singolo (”Riprendere Berlino”) ha sicuramente richiesto uno sforzo per una canzone più radiofonica, per il mercato.
Manuel Agnelli rimane così artista controverso, ma lo fa con maggiore sapienza e meno ingenuità, lo fa con più mestiere e meno spontanietà. E’ chiaro che questi suoni così forti e ruvidi, questa voce a tratti perfetta – angelica e dannata insieme – sono figli di una storia, di una età che avanza, e di prospettive che cambiano. L’inizio è subito convincente con il trittico legato (”Naufragio sull’isola del tesoro”, “E’ solo febbre”, “Neppure carne da cannone per Dio”) che porta a “Tarantella all’inazione”, primo passo sorprendente di questo album, punto di rottura con il passato, che vede Agnelli coinvolto in una vorticosa ballata ricca di suoni acidi e di sussulti ritmici davvero interessanti, con la sua voce assolutamente protagonista nel suo eccellere. I testi sono chiaramente pieni di sogni e di immagini surreali, e questo può da una parte essere criticabile (quando si scardinano regole metriche e contenutistiche base si è sempre soggetti a critiche), ma da una parte ammirabile (la spinta verso l’intangibile è apprezzabile da tutti gli evoluzionisti della musica!). Il nonsense rimane però una delle formule migliori per andare “oltre” la macchinosa lingua italiana, che altrimenti rischia di essere piatta e antimusicale. Agnelli cerca prima il suono (viene da quei primi dischi in inglese, dove si cercava dapprima il suono delle parole che non il significato), poi cerca di modellarci un senso. Ma per ottenerlo, poco importa se c’è qualche frase a tema più ideologicao che non pratico.
Dopo il virtuoso rock di “Pochi istanti nella lavatrice”, i sussulti del disco ripartono con “Riprendere Berlino”, che è il brano più pop mai scritto dalla band, ma che è capace di cullare nel suo ritornello in falsetto e nella sua ondulatoria e martellante batteria. La successiva “Tutti gli uomini del presidente”è un bluesaccio inaspettato, avvolgente e intraprendente, in cui il bassista (nuovo, e fricchettone) si esibisce in un discreto falsetto, e in cui la musica la fa da padrona con dei riff riuscitissimi e spaccamuri.”Musa di nessuno” è splendida, ma pecca nella durata: peccato non farne un brano completo e più lungo, anche a rischio di regalare una bella hit radiofonica, ma forse valeva davvero la pena. Peccato troncarne così il gusto piacevole.
Dopo l’ammiccamento all’indie dei primi tempi con “Tema: la mia città” e “E’ dura essere Sylvan” (nostalgia del passato, o gioco in rima con i Verdena?), il finale con “Tutto Domani” e “Orchi e streghe sono soli” ci porta a un Agnelli voglioso di far capire ai fans che l’evoluzione umana porta anche a un cambiamento artistico, in cui la dolcezza e l’emozione per la nascita di una bambina porta sicuramente a provare altre emozioni e sensazioni che non quelle della rivalsa sociale e delle rivoluzioni giovanili. Uno che ha provato tutto come lui, è oggi dolce e commovente nel regalarci una ballata tenera e dolce come “Orchi e streghe sono soli” che, a giudicare dalla standing ovation in concerto, è stata più che apprezzata dal suo pubblico. In fondo, anche quello, sta cambiando…


