Ve la ricordate “Lemon Tree”, che spopolò nell’estate del ‘97 ? (”I I wonder how, I wonder why, Yesterday you told me ’bout the blue blue sky, And all that I can see is just a yellow lemon-tree!”). Continuano a fare buona musica, e alcuni degli album che hanno seguito quel grande successo, sono dei veri riferimenti del pop / rock europeo. Ascoltare per credere.

L’informazione e il giornalismo sono in pessime condizioni anche perché non si occupano più della critica, delle recensioni, di quelle chicche che una volta i singoli giornalisti (che sono persone!) consigliavano e di cui scrivevano anche con passione. Oggi c’è una informazione generalizzata comune a tutti, e non resta che vedere sì opinioni, ma sempre sulle stesse cose. Riviste che Livecity ha consigliato e con le quali ha instuarato piccole partnership, come Jam e Rockstar, ci sono e guidano il sentiero dell’alternatività, ma con le loro poche migliaia di copie vendute al mese non possono coostituire un vero riferimento di pensiero (purtroppo costituito dal Rolling Stone, un cartello pubblicitario più che una rivista, seppur con buoni contenuti in quelle pagine dove si parla di musica…).

Ecco che i Fool’s Garden sono così la perfetta band non anglofona da mettere in copertina, quando un singolo non Uk o Usa va in testa a tutte le classifiche: ma quando poi escono dischi di qualità come “25 miles to Kissimmee”, i Fool’s Garden sono solo una band da ricordare soltanto per quel singolo, per quel successo.

I “tedeschi terribili” propongono infatti un sano sound rock che ammicca alla grande melodicità pop e all’armonia tipica dei gruppo anglofoni, rimanendo sempre fedeli al buon gusto, e alle cose “fatte come si deve”. Ci troviamo suoni di batteria decisi e netti, tastiere usate senza imbarazzo che regalano tappeti, assoli e suoni durante ogni singolo pezzo, chitarre morbide ed educate, che accompagnano la bella voce di Peter Freudenthaler.

Sicuramente i Fool’s Garden sono caratterizzati da quel Rock che usa più le tastiere che le chitarre per sorprendere, in cui gli assoli e le parti preponderanti spettano a tappeti da reminerescenze funk e soul piuttosto che a una chitarra distorta. La chitarra entra ed esce con perfezione arrangiativa, ma non è centrale. Partecipa, c’è, si sente, ma non si eleva rispetto alle tastiere.

Sicuramente la precisione – è il caso di dirlo – “tedesca”, può non piacere, ma per chi capisce di musica e ama il lavoro in studio fatto dentro quel recinto della buona scuola, non può che rimanere entusista di tanto ben suonare. Probabilmente un disco riferimento per molti giovani che oggi si approcciano alla musica, in cui potranno – in mezzo alla troppa povertà negli arrangiamenti di oggi – un nel po’ di materiale da cui attingere e, perché no, copiare.