Un Clint Eastwood esagerato per un film dai grandi significati.

Clint Eastwood è uno che con la sua enorme presenza sul grande schermo può prendere l’applauso solo per sé, facendo dimenticare tutto il resto. In “Gran Torino”, più di altri suoi recenti film, lo storico (è il caso di dirlo!) attore si prende la scena, grazie al personaggio fortemente caratterizzato, e grazie a dei primi piani del tutto eloquenti.

Il personaggio del vedovo dalla scorza dura, dell’ex milite di guerra (incredibile come la presenza militare degli Usa nella storia recente pesi sulla coscienza del popolo americano), di colui che vuole curare il suo giardino in tranquillità senza essere disturbato, di colui che vuole essere chiamato Walker e non certo Walkie, del vecchio che rifiuta le precedenti generazioni per valori e modo di vedere la vita, calza perfettamente a un Clint amaro, scorbutico, rabbioso e rigido.

Walker agisce però in modo impulsivo a molte delle vicessitudini a cui si trova di fronte, e non trova maniere differenti da quelle della violenza per risolvere i problemi. Punta il fucile verso chi cerca di rubargli la macchina, mostra sputi a chi disprezza, non esita a far riferimenti con durezza a violenza e all’uso della pistola. Nell’apparente leggerezza dei suoi gesti, nella sceneggiatura ironica e spesso esilarante, non possono sfuggire allo spettatore le conseguenze dei suoi gesti, che porteranno inevitabilmente ad esiti drammatici.

Ancora una volta Clint vuole ricordare come “violenza chiami violenza”, e di come, alla fine dei giochi, ci sia bisogno per forza del sacrificio di qualcuno per porre fine a questa. Come dire: che qualcuno si metta di parte, altrimenti qua non la finiamo più. Accanto al principale significato del film, scorrono altri aspetti fondamentali, come il conflitto generazionale, la promiscuità della società di oggi, il totale cambiamento di valori e abitudini del nostro tempo rispetto al passato. Un film da vedere sotto tutti i punti di vista e per qualsiasi tipo di pubblico.