Cronache di un artista – musicista – chitarrista sempre piu’ cantante e capace di produzioni, nel tempo, di livello internazionale, sia per la vecchia scuola che per i giovani. Un “best” con inediti di 10 anni fa, ma che rimane ancora oggi la raccolta piu’ buona fatta da quel 1999 ad oggi. Da “My Father’s Eyes”, che spopolo’ persino su Mtv, all’inedito “Blue Eyes Blue”, passando per una versione live imperdibile di “Wonderful Tonight” e le versioni unplugged che hanno fatto storia di “Layla” e “Tears in Heaven”.

Ci sono album che a distanza di tempo rimangono pietre miliari nella propria discografia, e oltre al godimento che se ne fa alla sua uscita, ci si rende conto che e’ sempre un amuleto immancabile, che scandisce i vari periodi della propria vita. “Chronicles” e’ uno di quei dischi riusciti a meraviglia per la scelta dei brani fatti, per la sequenza studiata ad hoc per unire sia chi si stesse allora approcciando per la prima volta a un artista longevo e immortale, sia per i vecchi fans.
All’epoca questo album era diretto sicuramente piu’ ai primi che ai secondi, ma come sappiamo un incallito sostenitore di un artista compra l’album anche soltanto per quelle 2 o 3 versioni diverse, e quel gustoso singolo che le radio passano…
“Blue Eyes Blue” e’ stato un video di successo, l’ultimo vero successo nei grandi media di Slowhand, l’ultimo brano a cui i giovani hanno potuto veramente avvicinarsi, visto che la canzone era al primo posto in classifica anche su Mtv. In Italia l’album ha venduto 300 mila copie, e trovatemi un altro disco di Clapton capace dello stesso risultato. E’ cambiato il pubblico oggi, e’ cambiato il modo di distribuzione della musica, e cosi’ i grandi vecchi lupi della musica non compaiono piu’ sui grandi canali di diffusione di massa, concentrati piu’ a lanciare continuamente improbabili nuove proposte, piuttosto che spargere il verbo dei veri grandi della musica.
“Change The World” e “My Father’s Eyes” proseguono il disco a formare un triangolo di brani del recente passato che hanno avuto successo e che hanno in se’ una grandissima qualita’, sia a livello radiofonico commerciale, sia a livello critico e musicale. La sua voce, quei soletti messi ad hoc, i suoni cosi’ compatti e moderni, la voce di un Clapton sempre piu’ cantante e meno chitarrista.
Il filone “oldies” e’ rappresentato dalla selezione fatta di brani dell’Unplugged di Clapton, mentre c’e’ un filone intermedio, piu’ anni ‘80, formato dalle spettacolose “Pretending”, “Forever Man”, “She’s Waiting” e “Bad Love”: il tutto a ricordarci che la grandezza di Slowhand ha assunto forme diverse, ma e’ rimasta tale nei decenni.
Un album quindi che vuole per una volta togliersi un po’ di panni sporchi, di non rivendicare quel passato glorioso dei ‘60 che lo vollero come chitarrista piu’ grande della storia della musica Rock, ma che guarda nel presente come un cantante e un musicista di livello, capace di regalare belle canzoni e belle interpretazioni (vedi “River of Tears” e “I Get Lost”). E cosa conta piu’ di fare belle canzoni, nell’epoca delle canzone senza anima e corpo a cui oramai assistiamo annoiati nei talk show televisivi e nelle addormentate radio del mondo occidentale? Let’s Rock! Clapton knows how to do that…