Il tuo libro su Renzo Arbore non ha fatto in tempo ad uscire, che sembra essere già un riferimento sull’approccio biografico a un artista: come è nata l’idea di ripercorrere la storia della musica accanto alla storia dell’artista?
Non si può rendere conto della storia dell’artista Arbore prescindendo dalla storia di quei generi musicali di cui si è fatto “paladino” rilanciandoli. Quello che ha fatto Renzo in musica è il frutto di tre alberi che affondano le loro radici in un passato a volte anche molto remoto: la canzone napoletana, lo swing italiano e la canzone umoristica. Solo sapendo chi ha piantato quegli alberi e chi li ha curati si può apprezzare appieno il sapore del frutto.
Il libro è nato sulle basi della tua tesi di laurea al DAMS: come sei riuscito a far passare l’argomento Arbore al tuo relatore, Gianni Borgna?
Borgna fu all’inizio un po’ restio, perché abituato a rilasciare tesi di laurea su Adorno, Middleton e i grandi sociologi della musica. Però rimase incuriosito dalla mia proposta e mi disse di iniziare a scrivere. Io ogni tanto mi presentavo da lui con malloppi di fogli che lui si portava a casa e che poi mi riportava senza neanche una correzione (se non nella forma). Sebbene Borgna sia il più grande esperto di storia della canzone italiana non poteva sapere più di me sull’“argomento” Arbore.
Il percorso sulla musica napoletana che leggiamo sul tuo libro, lo hai assimilato all’Università, o hai fatto un apposito lavoro di ricerca per questo libro?
La mia conoscenza della storia della musica napoletana la devo senz’altro a Borgna, che la “spiegava” molto bene nelle sue lezioni di Sociologia della musica. Poi l’ho approfondita da me, facendo ricerche nelle biblioteche, alla discoteca di stato (che ha un vastissimo archivio di musica napoletana) e divorando il libro di Vittorio Paliotti: “Storia della Canzone napoletana”. Naturalmente la passione è nata, manco a dirlo, per merito di Arbore.
Il percorso sulla musica che risiede le radici nella musica afroamericana, invece, tende a sottolineare di più gli artisti e gli aspetti di questa musica cari a Renzo che non a fare la storia di questa musica: lo hai fatto perché paradossalmente in Italia si conosce molto più il jazz e il blues che non le nostre origini?
Nel libro non tratto la storia della musica afroamericana, ma delle derivazioni che ha avuto in Italia con l’arrivo degli americani alla fine della seconda guerra mondiale. Parlo di quello che Arbore ha ribattezzato “italswing”, ossia quel filone che ha mischiato la melodia italiana ai ritmi sincopati provenienti da oltreoceano. Non avrebbe avuto senso dilungarsi sul jazz e sul blues, una musica che Renzo ama molto ma che, ripeto, ha riproposto soltanto nella sua versione “tricolore”.
Per la tv hai tenuto a sottolineare la centralità della musica nelle trasmissioni che Renzo ha fatto. Te ne sei fatto una ragione del fatto che ormai la musica sia sparita dalla tv, anche quando Renzo ha dimostrato che può essere al centro di tutto con ottimi risultati di ascolto? Perché l’esempio di Renzo non è stato mai più seguito? E come si fa a ignorare, a tuo avviso, una trasmissione come D.O.C.?
Renzo è stato un maestro in questo ed è stato l’unico che ha messo la tv a servizio della musica e non viceversa. Ha provato a riprendere la sua strada Paolo Limiti, ma Limiti, mi si passi il gioco di parole, ha i suoi limiti: non è certo Arbore! La buona musica in tv c’è ancora, ma va in orari improponibili. Michele Bovi fa dei bellissimi documentari sulla musica italiana, ma vengono mandati sempre in tarda serata. D.O.C. purtroppo è stata dimenticata perché quando si parla della tv di Arbore vengono prima (anche giustamente, in un certo senso) L’altra domenica, Quelli della notte e Indietro tutta!, trasmissioni che hanno rivoluzionato la televisione italiana. Io, nel mio libro, credo di rendere giustizia a D.O.C., dedicandogli un lungo paragrafo e facendo intervenire in prima persona i tre protagonisti: Arbore, Monica Nannini e Gegè Telesforo.
La forza di “Renzo Arbore ovvero Quello della musica”, è proprio quella creare il contorno al personaggio, far capire in quali acque si è svolta la sua carriera, e da dove sono nate le idee di Renzo e l’approccio che lui ha avuto alla musica. Pensi di fare questa operazione anche su altri artisti, o effettivamente l’operazione è stata resa possibile per via della tua profonda passione e, direi, amore per Renzo (da quella fatidica pubblicità della Tipo ad oggi!)?
Sicuramente l’operazione è stata facilitata dalla mia passione per Renzo. Un libro così dettagliato avrei potuto scriverlo solo su di lui e ho la presunzione di pensare che nessun altro avrebbe saputo riunire tante informazioni sulla musica di Arbore. Forse Dario Salvatori, suo amico e fan da tanti anni, che tra l’altro ha attivamente partecipato al libro. Gli studi che ho fatto e la passione per la musica, naturalmente corredati da ricerche molto approfondite, credo mi consentirebbero di scrivere anche su altri artisti. Ce n’è uno in particolare sul quale finora è stato scritto poco e, a mio giudizio, male, ma non voglio svelare il nome.
Quando una persona entra nel magico mondo degli autori / scrittori di libri, ha da subito una idea chiara su ciò che vorrebbe fare, su cosa vorrebbe davvero informare la gente, su cosa vuole comunicare: ecco, tu pensi di avere una tua missione?
Non so se la mia missione è quella di scrivere libri, perché coi libri, ahimè, non si campa. Certo, da autore sono molto stimolato dal fatto che c’è qualcuno che, leggendo il mio libro, conosce cose che magari prima non sapeva. Da bambino quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo: “Voglio fare Renzo Arbore”. Ora mi tocca essere più realista, ma vorrei che la strada fosse un po’ come la sua, anche se mi accontenterei di percorrerne un decimo! Quello che è sicuro è che nel mio futuro c’è la musica. È un luogo comune, ma non saprei fare altro.
Da critico, pensi che oggi si riesce ancora a raccontare e a dire qualcosa di nuovo nei libri che escono? Quale autore in particolare pensi che stia facendo una operazione di cultura in Italia?
Sicuramente se chi scrive lo fa con onestà e con passione, come credo di aver fatto io, non possono che uscire fuori cose nuove ed interessanti. Un autore fra tutti che secondo me è un vero operatore culturale, anche se esuliamo dal campo musicale, è Corrado Augias, di cui ho letto molti libri. Sono rimasto particolarmente colpito dal suo I segreti di Roma, che mi ha fatto scoprire aspetti assolutamente nuovi e sconosciuti della mia città. In altre occasioni, come in Inchiesta su Gesù, mi è sembrato invece un po’ troppo di parte, ma è comunque un autore che stimo, che amo leggere e che consiglio.
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