Clint Eastwood, una maschera cinematografica per un altro grande film

Un Clint Eastwood esagerato per un film dai grandi significati.

Clint Eastwood è uno che con la sua enorme presenza sul grande schermo può prendere l’applauso solo per sé, facendo dimenticare tutto il resto. In “Gran Torino”, più di altri suoi recenti film, lo storico (è il caso di dirlo!) attore si prende la scena, grazie al personaggio fortemente caratterizzato, e grazie a dei primi piani del tutto eloquenti.

Il personaggio del vedovo dalla scorza dura, dell’ex milite di guerra (incredibile come la presenza militare degli Usa nella storia recente pesi sulla coscienza del popolo americano), di colui che vuole curare il suo giardino in tranquillità senza essere disturbato, di colui che vuole essere chiamato Walker e non certo Walkie, del vecchio che rifiuta le precedenti generazioni per valori e modo di vedere la vita, calza perfettamente a un Clint amaro, scorbutico, rabbioso e rigido.

Walker agisce però in modo impulsivo a molte delle vicessitudini a cui si trova di fronte, e non trova maniere differenti da quelle della violenza per risolvere i problemi. Punta il fucile verso chi cerca di rubargli la macchina, mostra sputi a chi disprezza, non esita a far riferimenti con durezza a violenza e all’uso della pistola. Nell’apparente leggerezza dei suoi gesti, nella sceneggiatura ironica e spesso esilarante, non possono sfuggire allo spettatore le conseguenze dei suoi gesti, che porteranno inevitabilmente ad esiti drammatici.

Ancora una volta Clint vuole ricordare come “violenza chiami violenza”, e di come, alla fine dei giochi, ci sia bisogno per forza del sacrificio di qualcuno per porre fine a questa. Come dire: che qualcuno si metta di parte, altrimenti qua non la finiamo più. Accanto al principale significato del film, scorrono altri aspetti fondamentali, come il conflitto generazionale, la promiscuità della società di oggi, il totale cambiamento di valori e abitudini del nostro tempo rispetto al passato. Un film da vedere sotto tutti i punti di vista e per qualsiasi tipo di pubblico.

Cloverfield: un bell’esperiemento, e grandi scene. Poi, un po’ di noia.

Tutte le paure dell’America di oggi in questa pellicola iniziata già da qualche mese tramite il fenomeno mediatico della fitta comunicazione via trailer. Un trailer che faceva soltanto vedere la soggettiva della telecamera di una persona che scappava da un presunto mostro che stava distruggendo la città di Manhattan. E poi, il titolo: Cloverfield.

Così, la pellicola si apre cominciando a definire i personaggi che saranno i protagonisti di un’avventura a dir poco terrificante, come già sappiamo. Tutto si vede tramite la handycam di Rob, che prima riprende al mattino la sua ragazza, e poi lo troviamo a essere festeggiato dai suoi amici per la cena di saluto prima della sua avventura in Giappone come “Vicepresidente” di qualcosa, ripreso dal suo migliore amico, incaricato di riprendere i momenti salienti della serata, affinché ne rimanga un buon ricordo quando sarà in Giappone e avrà nostalgia di tutti i suoi amici.

Paradossalmente il film riesce a costruire la sua forza proprio qui, nella semplice e apprezzabile costruzione di personaggi “comuni”, che in poco tempo ci sembrano definiti e chiari ai nostri occhi. E, quando arriva ciò che aspettiamo dal primo minuto che ci siamo messi seduti, cioè la catastrofe, lo spettatore si pone subito con ala protettiva nei confronti di tutti i ragazzi che abbiamo visto sinora sorridere, bere, discutere.

Dopodiché le scene d’azione sono registrate con piani sequenza e di montaggio veloce davvero spettacolari ed efficienti, e l’adrenalina parte a ogni minuto che scorre. C’è tensione. C’è attesa. C’è curiosità. Cosa sarà quella cosa, cosa succedere ora, perché sta succedendo tutto questo? Spazio a delle domande molto brevi ed immediate, perché il ritmo delle vorticose e ansiogene scene del film non permette grosse riflessioni.

Se l’idea e le scene sono talmente spettacolari da prenderci subito, l’effetto assuefazione si fa però sentire dopo un po’. Tecnicamente nel cinema uno spettatore è pronto a degli intervalli emotivi piuttosto ampi prima di subire certe scene che portano con sé aggressività, ansia, violenza. Questo continuo movimento, l’incedere martellante di spari, palazzi che crollano, scosse elettriche, crolli, incendi, razzi, aerei, ponti che volano e quant’altro (c’è anche spazio per degli orribili ragnoni sganciati da questo mostro-Godzilla) creano una certa stanchezza fisica e mentale.

Stanchezza che dopo 50 – 55 minuti ci fa mal vedere il fatto che il ragazzo che ha la telecamera in mano si ostini a riprendere tutto, anche quando sta sul tetto di un grattacielo in pendenza appena crollato e” poggiatosi” sul grattacielo accanto, o quando uno dei ragnacci morde la sua amica facendole dei tagli mostruosi. Ad un certo punto del film succede quindi che questa telecamera non è più giustificata o giustificabile, e tutto ciò che vediamo sembra essere di conseguenza forzato.

L’idea, bellissima, di Cloverfield esplode in mano come una bomba a orologeria, creando dopo questo una cinquantina di minuti fastidio allo spettatore che, inevitabilmente, è portato a detestare questa telecameretta, che ad un certo punto è soltanto un mezzo che sta lì senza troppe motivazioni o ragion di esistere. Il film si poteva forse girare tutto con soggettive o piani sequenza, o altrimenti si sarebbe dovuto trovare un espediente per far sì che a un certo punto della vicenda questo meccanismo di ripresa tramite la handycam terminasse.

Peccato quindi, per un film rimasto incompleto, ma che resta comunque un film che regala delle scene assolutamente imperdibili al cinema, nonché l’ennesima dichiarazione di paura da parte degli americani per quelle catastrofi che da sempre hanno immaginato per la prima forza mondiale, e che da quell’11 settembre 2001 sembrano aver preso purtroppo forma nella realtà (fuori campo sentiamo, non a caso, qualcuno che dice: “è sicuramente un atto terroristico!”). Un consiglio: o vedetevelo ora in sala che ne vale davvero la pena (non ci siamo infatti soffermati sul calibro dei suoni: eccitanti), o poi sarà inutile vederselo in casa, a meno che non siate muniti di scherzo 100 pollici, dolby sorround da stadio, e poltrone con vibrazioni!

Leoni per agnelli batte American Gangster

L’arrembante ritmo fuori tempo di Ridley Scott contro le riflessioni nell’attualità di Robert Redford. Trama fitta e cambiamenti repentini di plot contro stasi e fermezza nei singoli momenti emotivi della storia. L’unica cosa che sembra esserci in comune tra queste due grandi produzioni statunitensi sembra essere un cast di divi holliwoodiani di primissimo piano (Denzel Washington – Russel Crowe contro Tom Cruise, Mery Streep e lo stesso Robert Redford)Mettere a paragone due film usciti a distanza ravvicinatissima in Italia, che parlano della società americana (e quindi mondiale…) seppur in differenti epoche, che mettono sul piatto attori e registi già premiati agli Oscar era quasi naturale.

American Gangster scorreva al pari passo della sua musica, con una certa aggressività e energia, tenendo lo spettatore incollato alla poltrona per la capacità richiestagli di collegare in pochi secondi i moltissimi elementi forniti da Scott. Narrare la vicenda di Frank Lucas, narcotrafficante nero di spicco nella storia criminale americana, ha significato per Scott radunare una multitudine di personaggi, di vicende, di luoghi, di costumi, assolutamente enorme. Non si poteva permettere di soffermarsi sui personaggi oltre a Lucas, risultando infatti sommario nell’illustrazione del contorno al personaggio (fratelli, cugini, amici, appaiono 5 secondi e magari si rivedono per altri 5 secondi con qualche battuta, per poi morire con altrettanta velocità). L’altro protagonista è colui che stanerà Lucas, cioè Richie Roberts, interpretato da Russel Crowe. Meno caratterizzato di Lucas certo, ma Crowe supera abbondantemente la prova (chi aveva dubbi?), soprattutto per la perfetta incarnazione nel personaggio, senza rishciare nel penoso tentativo di apparire come il poliziotto bello, perfetto e buono. Bravo nella sua imperfezione.

Lions For Lambs gioca carte più convincenti all’occhio critico: riflessioni registiche e contenutistiche posate, precise e abbondanti, gioco degli attori lungo e virtuoso, lentezza e tempo per soffermarsi sui particolari. Robert Redford, che da sempre gioca la carta della retorica – non come una cosa negativa – ha donato un film che vuole essere specchio delle nostre coscienze, vissute tramite personaggi diversi e contrapposti, nei quali i differenti tipi di pubblico possono riconoscersi e avere il loro contraddittorio.

Così American Gangester ha le armi buone del ritmo super scorrevole, dell’azione, delle emozioni che si svorappongono l’una all’altra, e il difetto di non potere godere “in tempo reale”dell’enorme materiale a disposizione sul grande schermo (per certi versi troppo. Pensiamo ai costumi: era davvero necessario addobbare i neri di quel’epoca come alberi di Natale?). Lions For Lambs gioca invece la carta del momento in sala vissuto non come un’ansia ma nemmeno come due ore da far scorrere con divertimento o leggerezza, piuttosto come un percorso che ha un senso compiuto, un inizio, uno sviluppo, un cambiamento, una fine, da vivere con attenzione dando spazio alle emozioni di potersi davvero unire e accavallare, crescere e maturare, in delle conclusioni.

La sfida tra i due potrebbe terminare in parità se pensiamo all’occhio del pubblico, poiché American Gangster ne risulta un film sicuramente più godibile dal grande pubblico. E’ più commerciale, è creato ad hoc per avere successo. Quel successo vero, studiato, perfetto, dato dal grande cast, la grande storia, il grande regista, la grande produzione.

Robert Redford ha rischiato invece la carta dei dialoghi, seppur col grande cast e la grande produzione, e ha voluto arrivare al pubblico per scuotere gli animi e non solo per far vedere un bel film. Questo può perdere la sfida nei confronti del pubblico, mentre la stravince dal punto di vista della critica.

Il nascondiglio… Pupi Avati riscopre la classe nell’horror

Pupi Avati, per i giovani più noto per delle commedie troppo spesso poco riuscite, torna al suo antico amore, il film horror. Questo, che è più un thriller con reminiscenze fantascientifiche, è comunque un grandissimo ritorno. Anche se il cast e il team è iper-internazionale, il cinema italiano riesce ancora a regalare una pellicola pura, di genere, che abbia in sé una prova d’autore elevata assieme all’arrivabilità verso grande pubblico. Un film denso di atmosfere, attento ai particolari e dedito al recupero delle suggestioni di un cinema probabilmente ormai inutilizzato. Leggi l’articolo completo