Nelle mani del giornalismo c’è una responsabilità enorme sotto tutti i livelli. E’ purtroppo in un’epoca che soffre delle lunghe ingerenze politiche nei confronti dell’editoria (ingerenze: diverso da utilizzo, fruizione, anche sfruttamento del mezzo che, chiaramente, per una azione politica risulta fondamentale) che il giornalismo libero trova sempre meno collocazione centrale nella nostra società.
Credo personalmente che l’azione del comunicare tramite i media sia un lavoro così delicato per il quale sono necessarie delle competenze tecniche enormi, “di mestiere”, insieme a delle doti umane provenienti del tutto dalla sfera umanistica dello studio. La filosofia e la sociologia sono fondamentali in questo settore più di quanto si immagini.
Si crede troppo spesso che il mestiere sia un esame di università preso a pieni voti. O che una carriera scolastica impeccabile sia sufficente per giustificare la richiesta di far parte di questo settore ed esserne protagonisti. Troppo spesso si dimentica che il lavoro sull’Io, sulla persona, sulle proprie opinioni, sui principi fondanti del proprio sentire si gioca la vera partita. La curiosità di scoprire, la forza di riuscire a seguire l’attualità, la concentrazione nell’osservare ciò che si ha attorno. Nel pieno dibattito della funzione del giornalismo oggi, e dell’effettivo percorso idoneo per farne parte, resta il peso di una attività che porta opinioni, che decide il sapere comune, che propone nuove tematiche, che dà linfa al dibattito stesso, sotto tutti i fronti.
Nella cultura il redattore è quello che decide (o comunque l’editore di quella rivista) chi intervistare, che domande fare, su quali punti incentrare un argomento. Scrive un editoriale, parla di un disco. Si parla (scrivendo) e si mette alla luce. Si fa sì che tutti quanti possano arrivare a un prodotto nella maniera voluta. Penso a Livecity, dove per anni, avendo identificato una nostra linea guida in cui i visitatori hanno imparato a conoscerci, siamo riusciti a parlare di tante picocle realtà, portandole alla luce. E a distanza di tempo le persone ci incontrano e ci ringraziano per avergliele fatte conoscere (per quante altre realtà ci sarebbero comunque da portare all’attenzione di tutti… ma purtroppo i limiti di una testata sono dati già dal limitato numero di persone che ci lavorano).
Insomma nel giornalismo c’è in mano la conoscenza stessa, non quella impolverata della storia e del passato (comunque fondamentale), quella dei volumi “la storia del mondo dall’Impero a oggi” in vendita dall’edicolante (meno fondamentali), ma quella del presente, dell’attualità, quella conoscenza su cui si giocano partite importanti come “modernità” e “contemporaneità”. A mio avviso, oggi, il rischio è quello di mischiare troppo il passato con il presente, in cui nella contrapposizione generazionale e nel dibattito tra “ieri e oggi” non si riesce ad avere controllo di quello che sarà domani.